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  • AD 4

  • Ein Posten ist vakant! - Die Wunden klaffen.Heinrich Heine

    a Edoarda Masi e Lucio Magri

  • La crisi globale,lEuropa, leuro, la Sinistra

    Asterios

    Riccardo Bellofiore

  • Prima edizione nella collana AD: gennaio 2012

    Asterios Editore un marchio editoriale diServizi Editoriali srl

    Via Donizetti, 3/a - 34133 Triestetel: 0403403342 - fax: 0406702007

    posta: [email protected]

    I diritti di memorizzazione elettronica,di riproduzione e di adattamento totale o parziale

    con qualsiasi mezzo sono riservati.

    ISBN: 978-8895146-42-3

  • Indice

    Premessa, 11

    DUE E TRE COSE CHE SO DI LEI.La crisi di sistema: origini, effetti, esiti

    Dalla tendenza alla stagnazione al nuovo capitalismo, 15Capitalismo finanziario, lavoratore traumatizzato

    e centralizzazione senza concentrazione, 17Sussunzione reale del lavoro alla finanza

    e politica monetaria, 18Consumatori indebitati e risparmiatori

    maniacali-depressivi, 19Insostenibilit del modello: dal succedersi

    delle bolle alla crisi di sistema, 21Laltra faccia della crisi: il riagganciamento dei

    neomercantilismi, e il caso italiano, 22Letture povere della crisi:

    scambiare gli effetti per le cause, 23Neo-liberismo e social-liberismo, 24

    La crisi del social-liberismo, e il neoliberismooltre il neoliberismo, 25

    Quale politica economica alternativa, 27La centralit della dimensione strutturale, 29

  • FINESTRA SUL VUOTO:ovvero, la crisi delleuro e la rtta della sinistra

    Potrebbe piovere, 31Analisi, critica, proposta, 33

    False piste, 35 Dal fordismo al neoliberismo, 36

    Alterne vicende dellunificazione monetaria, 39Convergenza nominale, divergenza reale, 41

    Risposte autodistruttive a una crisi venuta da fuori, 43False vie duscita, 45

    Le strade non prese e la via stretta di una alternativa, 47Le condizioni di una riforma, 49

    Alain Parquez e i disavanzi buoni dello Stato, 51 Minsky e la socializzazione dell investimento, 52

    Oltre la sinistra alternativa, per una sinistra di classe, 54

    LEUROPA AL BIVIO.Suicidio per le banche,

    o riforma fondamentale?di Riccardo Bellofiore e Jan Toporowski

    Sulla via del suicidio, 59La Grecia non lArgentina, 61

    Operazione twist, 62LItalia nella tormenta, 64

    La fallacia del diritto allinsolvenza, 66Contro la deflazione da debiti, 67Disavanzi primari e sviluppo, 69

    Eurobond e politica fiscale alternativa, 70Per un New Deal di classe, 72

    LA CRISI GLOBALE10

  • Premessa

    I tre brevi saggi che vengono qui pubblicati presentano una let-tura della crisi globale ed europea che vado proponendo daqualche anno, e che va controcorrente rispetto a quelle oggi do-minanti, anche a sinistra. Gli scritti sono stati gi pubblicati, esono stati lasciati sostanzialmente immutati. Alcuni riferimenticronologici vanno dunque riportati alla data di pubblicazione.Qualche minima ripetizione dovuta allincastro di argomen-tazioni dipendenti luna dallaltra. Lo sfondo teorico che sta die-tro la mia interpretazione articolato pi diffusamentenellaltro volume pubblicato in questa collana, La crisi capita-listica, la barbarie che avanza.

    In Due o tre cose che so di lei: La crisi di sistema: origini, effetti,esiti, redatto a fine 2008, poco dopo il collasso di Lehman Bro-thers, e pubblicato su Alternative per il socialismo, la GrandeRecessione dal 2007 vista come la crisi di un capitalismo neo-liberista che, lungi dallessere monetarista e stagnazionistica, stato in realt una sorta di keynesismo privatizzato. Dominatodai money manager e spinto dalla inflazione delle attivit finan-ziarie, il nuovo capitalismo ha prodotto da un lato lavoratoritraumatizzati, dallaltro consumatori indebitati. Il lavoro statorealmente sussunto al capitale finanziario: la centralizzazionedel capitale non si pi accompagnata alla sua concentrazione,mentre le banche centrali hanno immesso moneta per nutrire lebolle speculative. Linstabilit stata rimandata, ma linsosteni-

    PREMESSA 11

  • LA CRISI GLOBALE12

    bilit del modello infine esplosa violentemente, prima con lacrisi delle dotcom, poi con quella dei subprime.

    In Finestra sul vuoto; ovvero, la crisi delleuro e la rtta dellasinistra, scritto a fine agosto 2011, la crisi europea e del debitopubblico viene letta come laltra faccia della crisi globale e deldebito privato. Si ricostruiscono le tappe del percorso di unifi-cazione monetaria, dal Trattato di Maastricht allistituzione del-leuro, se ne ricordano le contraddizioni come le possibilialternative, e se ne spiega il singolare ma temporaneo successoiniziale, dovuto anche agli sbocchi forniti dal capitalismo an-glosassone ai neomercantilismi forti e deboli. Limpasse euro-pea non una riedizione della crisi del 1992 n il meccanicoesito degli squilibri commerciali: piuttosto il rimbalzo dellacrisi globale, reso ancor pi drammatico dalla frantumazionepolitica e sociale europea, e dalle politiche di austerit.

    Il saggio in questa forma il canovaccio da cui ho poi tratto unarticolo per il manifesto e un saggio per Alternative per il so-cialismo, pubblicati entrambi a settembre 2011. Il lavoro piesteso, e dunque anche pi esplicito su alcuni nodi politici, diquanto non siano i testi gi pubblicati. Questa origine giustificalassenza dei riferimenti bibliografici dettagliati, che ricorronoperaltro nel saggio successivo.

    LEuropa al bivio: suicidio per le banche o riforma fondamen-tale?, scritto con Jan Toporowski a fine ottobre 2011, parzial-mente anticipato sul manifesto e pubblicato su CriticaMarxista, sostiene che il default non necessario, il diritto al-linsolvenza una falsa soluzione, luscita dalleuro oggi comun-que catastrofica per i lavoratori. Una autentica via duscitadovrebbe coniugare una politica monetaria di rifinanziamentodei disavanzi degli stati e di mutualizzazione del debito pubblicoeuropeo, una reflazione trainata da una spesa pubblica capacedi modificare la composizione della produzione, una socializ-zazione profonda delle economie, ben oltre i timidi accenni di

  • Keynes. Ma la crisi capitalistica ha oggi un segno di classe di at-tacco al lavoro e alla riproduzione sociale, e la sinistra ancorain grave ritardo. Di fronte alla barbarie che avanza, la sinistraappare ferma ad una critica etica e/o distributiva, divisa tra su-balternit al social-liberismo e incapacit di mettere in que-stione il modo di produzione.

    Bergamo, 19 dicembre 2011

    Riccardo Bellofiore

    Questo volume stato chiuso a Lione presso il laboratoire UMR5206 Triangle. Action, discours, pense politique et conomi-que, che qui si ringrazia per lospitalit.

    PREMESSA 13

  • Il capitalismo in una crisi sistemica. Iniziata nellestate del2007, a partire dalle difficolt di un segmento particolare delmercato finanziario statunitense, linstabilit finanziaria ha fi-nito col contagiare lintero pianeta. La crisi finanziaria si tra-mutata in crisi bancaria, poi in crisi reale. Una crisi che, adispetto delle illusioni di molti, non ha visto affatto uno sgan-ciamento dellEuropa, e tanto meno dellItalia, dalle dinamicheamericane. La recessione sar lunga, e potrebbe sfociare in unaprolungata stagnazione. Torna allorizzonte la disoccupazionedi massa. Alla paura dellinflazione si sostituisce lincubo di unapossibile deflazione.

    Dalla tendenza alla stagnazione al nuovo capitalismo

    Per capire meglio la condizione in cui siamo bene collocare lacrisi attuale in unottica di lungo periodo. Di cosa, esattamente,stiamo vivendo la crisi? Non certo, come si legge, di un liberi-smo sfrenato. Il lungo quarantennio che abbiamo alle spalle, apartire dalla svolta neo-liberista del 1979-1980, tutto statomeno che una generica ritirata dello Stato, un vuoto della poli-tica. Certo, linversione ad U della politica economica determin

    DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI 15

    DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI.La crisi di sistema: origini, effetti, esiti

  • un drastico aumento dei tassi di interesse nominali e reali, ildiffondersi dellincertezza, dunque la caduta degli investimenti,cui si accompagnarono la riduzione della spesa pubblica (so-prattutto nella sua componente sociale) e la caduta del consumodei lavoratori per la riduzione della quota dei salari. Viene dachiedersi, allora: come mai la Grande Crisi da domanda non si materializzata negli anni Ottanta? La risposta breve che esistettero controtendenze politiche.

    La pi vistosa fu il doppio disavanzo reaganiano che tennesopra il pelo dellacqua leconomia degli Stati Uniti e, di rim-balzo, quella del resto del mondo: disavanzo del bilancio pub-blico allinterno, da un lato; disavanzo della bilancia correntecon lesterno, dallaltro. Gli Stati Uniti, con pochi altri paesi, fu-rono lo sbocco di ultima istanza dei neomercantilismi forti(come la Germania o il Giappone) o deboli (come parte del-leconomia italiana). Ma si trattava, appunto, di controtendenze. Il punto che nel

    corso degli anni Novanta viene alla luce, proprio in conseguenzadelle dinamiche attivate dalla contro-rivoluzione neoliberista,un nuovo capitalismo. Le novit non hanno per avuto moltoa che vedere con le fantasie diffusesi nella sinistra italiana.Quella del compiersi di una iperglobalizzazione che porterebbecon s la fine del lavoro e la fine dello Stato. O quella di un Im-pero acefalo e di un capitalismo della conoscenza ormai esentedalle crisi. Ma novit significative, senza la comprensione dellequali si rimane disarmati.Questo nuovo capitalismo nuovo rispetto al capitalismo del

    Novecento, anche se per certi versi risuscita alcuni aspetti del capi-talismo dellOttocento si muove lungo lasse finanza-precariet.Ne ho fatto loggetto delle mie analisi dalla fine degli anni Novanta,e lho sintetizzato nella terna lavoratore traumatizzato/risparmia-tore maniacale-depressivo/consumatore indebitato.

    LA CRISI GLOBALE16

  • Capitalismo finanziario, lavoratoretraumatizzato e centralizzazionesenza concentrazione

    La prima figura, il lavoratore traumatizzato, anche lesito delrinnovato primato della finanza, che ha effetti reali sulla gestionedella produzione. Dentro lo stesso fordismo, e ancora pi nellasua crisi, si andato progressivamente affermando, sino a diven-tare dominante, quello che alcuni autori definiscono un moneymanager capitalism, altri le capitalisme patrimonial: in sensolato, un capitalismo dei fondi pensione. Il risparmio delle fami-glie viene dirottato in fondi. La loro gestione affidata a spe-cialisti ed inevitabilmente finalizzata a rendimenti il pi altipossibile, nel brevissimo periodo. I manager vengono cooptaticon il meccanismo delle stock-option. I money manager possonocos imporre criteri di corporate governance che incidono radi-calmente sulla produzione e sul lavoro. Ne sortita una vera e propria centralizzazione senza concen-

    trazione. Nella stessa direzione ha spinto il diffondersi tra i glo-bal player del manifatturiero e dei servizi di una concorrenzasempre pi aggressiva il che ha anche determinato un cronicoeccesso di offerta, una delle pre-condizioni della crisi da sovra-produzione. Nei settori chiave, vista la necessit di mobilitare in-genti capitali, ben oltre lautofinanziamento, si assistito agigantesche fusioni e acquisizioni: la centralizzazione, nella ter-minologia marxiana. Non ne sortiscono, per, grandi impreseverticalmente integrate la concentrazione, nella terminologiamarxiana ma unit produttive disperse e messe in rete.Come nota Francesco Garibaldo, in un articolo appena pubbli-

    cato su Critica Marxista, ci ha comportato una profonda rior-ganizzazione della catena del valore, che si fa transnazionale. Larete si articola secondo la forza relativa della singola impresa.Esiste di norma una articolazione gerarchica interna alle filiere,dove si incontrano, a un polo, fornitori di moduli con autonomia

    DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI 17

  • imprenditoriale e gestionale, mentre i gradini bassi, allaltro polo,lottano per sopravvivere. Contro la visione troppo facile di un de-grado generale, la condizione dei lavoratori dipende dalla posi-zione relativa della singola impresa nella catena del valore.Anche per questo la crescita della produzione non pi sino-

    nimo di crescita di una classe operaia tendenzialmente omoge-nea nello stesso luogo, nella stessa fabbrica, con le medesimecondizioni materiali, giuridiche, e cos via. Il lavoro frammen-tato, e reso sempre pi insicuro. La precariet magari assentead un polo, devastante ad un altro: ma pu in certe fasi condi-zionare come minaccia anche la condizione dei primi. Dentroquesti caratteri andrebbe inquadrato anche il fenomeno del la-voro migrante. A questi esiti ha contribuito il crollo dellUnione Sovietica e

    lentrata nel circolo del capitalismo globale di Cina e India:eventi che si accompagnano al sostanziale raddoppio dell eser-cito industriale di riserva (daltronde, senza la divisione in bloc-chi non si capisce neanche quella eccezione che stato iltrentennio fordista).

    Sussunzione reale del lavoro alla finanza e politica monetaria

    Ci che si descritto corrisponde ad una vera e propria sus-sunzione del mondo del lavoro alla finanza. Una sussuzione chenon pi solo formale, ormai anche reale. Trasforma le con-dizioni della valorizzazione nella produzione immediata. Spingei lavoratori inclusi nella rendita e/o indebitati a lavorare di pie pi intensamente. Estrazione di plusvalore assoluto e relativosi intrecciano indissolubilmente, mentre la dicotomia centro-periferia si generalizza ad ogni area e nazione.Il capitalismo della met degli anni Novanta a questo punto

    pronto ad una diversa gestione della politica economica, che ac-compagner la rinnovata ed accelerata dinamica della accumu-

    LA CRISI GLOBALE18

  • lazione del capitale: perch, sia chiaro, tutto stato questo ca-pitalismo meno che un capitalismo stagnazionistico. Tantomeno un capitalismo privo di una sua gestione eminentementepolitica della domanda effettiva. Nel nuovo capitalismo i pericoli sul fronte dellinflazione non

    vengono pi dal lavoro: la disoccupazione pu ridursi senzatensioni sul salario. La famigerata curva di Phillips, su cuitanto si erano divisi keynesiani e monetaristi, ormai piatta.Il capitalismo pu orientarsi di nuovo ad una piena occupa-zione: ma si tratta in realt della piena sotto-occupazione diuna forza-lavoro flessibile e precaria. Una piena sotto-occupa-zione che pu rovesciarsi allimprovviso nella disoccupazionedi massa, come vediamo ai nostri giorni. Per lintanto la Banca Centrale deve fornire moneta e liquidit

    nella quantit sufficiente a spingere verso lalto le quotazionisui mercati azionari, dove si rivolge il risparmio che abbandonai titoli di Stato. Il monetarismo quantitativista, basato sulla li-mitazione appunto quantitativa dellofferta di moneta, lascia lascena, per essere sostituito dal controllo del tasso di interesse edalla fornitura senza limiti della moneta che, endogenamente,viene richiesta dalleconomia. Anche la curva dellofferta di mo-neta piatta. Al tasso di interesse di base deciso dalle autoritmonetarie la moneta si amplia automaticamente, rispondendoendogenamente alla domanda. Quello che conta la gestionepolitica di quel tasso di interesse di riferimento.

    Consumatori indebitati e risparmiatori maniacali-depressivi

    Il nuovo capitalismo ha il volto trino della finanziarizzazionedel capitale, della frantumazione del lavoro dentro la nuova ca-tena del lavoro transnazionale, della sempre pi intensa con-centrazione della politica economica nella politica monetaria.Ma come garantire in questo contesto la possibilit di uno svi-

    DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI 19

  • luppo capitalistico dinamico, anche se massimamente inegua-litario? qui che entrano in gioco le altre due figure: il risparmiatore

    nella sua fase maniacale e il consumatore indebitato. Quandola rivalutazione del prezzo delle azioni diviene una vera e pro-pria bolla speculativa, possibile consumare di pi a credito. Ilrisparmio sul reddito disponibile si riduce o diviene negativo,il consumo si fa autonomo dal reddito e viene gonfiato da uneffetto ricchezza.Il consumatore indebitato non corrisponde a un quadro di

    benessere, anche se incorpora una distorsione dei consumiverso lopulentismo (minor consumo di beni essenziali, maggiorconsumo di beni non essenziali). Come mostra lo stesso casostatunitense, per mantenere il medesimo reddito reale, e nellestesse classi medie, nel nucleo familiare devono lavorare pipersone, pi ore, con maggiore intensit. Nel frattempo, sonogonfiate le spese fisse del consumo. Lindebitamento permolti, quando non una necessit, lunica opportunit di man-tenere un tenore di vita adeguato. Certo che questo meccanismo, fondato sul nesso economia

    della borsa-politica monetaria, garantisce la realizzazione mo-netaria del plusvalore, e finisce col drogare il sistema.Altrettanto certe sono altre due cose. certo che se il consumatore indebitato stato il traino della

    crescita negli Stati Uniti, gli Stati Uniti sono stati gli acquirentifinali dei modelli neomercantilisti: tra di essi c ora la Cina,non solo Giappone e Germania (e parte dellEuropa).Ed certo che il combinato disposto risparmiatore mania-

    cale/consumatore indebitato non solo fortemente instabilema, in senso proprio, insostenibile. Salta infatti presto, gi nei primi mesi del 2000. a quel

    punto che si profila il rischio che il risparmiatore entri in fasedepressiva: per rientrare dal debito privato, le famiglie de-vono ridurre la spesa rispetto al reddito disponibile.

    LA CRISI GLOBALE20

  • Insostenibilit del modello: dal succedersi delle bolle alla crisi di sistema

    Si fa allora di tutto perch leventualit sia scongiurata. Cos stato allinizio di questo decennio. Allora la manovra riusc (noncos oggi, quando la violenza della fase depressiva del consuma-tore ha pieno corso). In contemporanea, e in conseguenza, del-linterludio da keynesismo di guerra di Bush jr abbiamolinondazione di liquidit a basso tasso di interesse di Greenspan.Allo stesso esito congiura la modificazione dei rapporti con lAsia,innanzi tutto. Lungi dallimportare capitali, i paesi che esportanomerci negli Usa vi esportano anche i capitali.Sia detto di passaggio, una doppia smentita: della teoria del-

    limperialismo luxemburghiana; della teoria dellimperialismoleniniana. Ma anche una smentita dellidea di un Impero ace-falo, e stabile.Ne consegue, non casualmente, unaltra bolla, quella immo-

    biliare, che riproduce in altra forma lo stesso meccanismo dellanew economy. questo che sostiene la ripresa dopo la met del2003 per il tramite del consumo indebitato. Tra laltro, tra il1995 e il 1999 al consumo da effetto ricchezza si accompagnavauna ripresa dellinvestimento. Non cos, nella sostanza, dopo il2003. Linvestimento, nella misura in cui c stato, arrivatodopo, qualche anno pi tardi, ed stato trainato dai consumi.Ma anche questa seconda bolla rischia di venire alla conclu-

    sione gi nel corso del 2004, quando i tassi di interesse inizianoprogressivamente a salire. A quel punto lesplosione dei sub-prime il modo per tener su la bolla immobiliare. Dal 2005 iprezzi delle case iniziano a cadere. La speranza che i nuovi stru-menti finanziari (cartolarizzazione, derivati, impacchetta-menti etc.) difendessero dal rischio si rivelata una illusione:essi, anzi, diffondevano il virus. Giungiamo cos alla crisi del-lestate 2007.

    DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI 21

  • Alla bolla immobiliare seguir la bolla delle commodities: pe-trolio, materie prime, beni primari. Una bolla dentro il decorsodella crisi finanziaria. Una bolla che si sgonfier dentro limplo-sione dei mercati azionari e dellimmobiliare. Il sopravveniredella recessione costringer gli hedge fund a chiudere le posi-zioni, determinando il disastro del settembre-ottobre 2008.

    Laltra faccia della crisi: il riagganciamento dei neomercantilismi, e il caso italiano

    Illusoria stata la fantasia dello sganciamento del resto delmondo dalle dinamiche Usa. I grandi esportatori negli Usa, tracui la stessa Cina, non potevano non risentirne. Daltra parte,per paesi come la Cina e lIndia il drastico rallentamento dellacrescita lequivalente di un atterraggio duro. Altri paesi emer-genti, come molti dellAmerica Latina, sono andati in crisiquando i capitali li hanno abbandonati, alla caccia della sicu-rezza. Cos, di rimbalzo, lEuropa non poteva che riagganciarsialla crisi degli Stati Uniti.LEuropa delleuro e lItalia meritano daltra parte uno sguardo

    pi attento. LEuropa ha una bilancio delle partite correnti so-stanzialmente in pareggio, ma si divide tra paesi in consistenteattivo (in primis, la Germania, poi Olanda, Svizzera e altri) epaesi in passivo (tra cui Spagna, Italia, Francia e lInghilterra). Ilmodello europeo insomma tarato su una crescita trainata dalleesportazioni, anche se larea come un tutto in sostanziale pa-reggio. Cos, la Germania, ma dunque anche il modello europeo,si regge sulle esportazioni nette: non solo esterne, ma anche in-terne allUnione. A queste ultime devono corrispondere impor-tazioni nette di altri paesi interni allarea. Come ha ricordatoMartin Wolf del Financial Times, ai creditori devono corrispon-dere dei debitori.Lo stesso si pu dire, nel caso italiano, per una parte della

    LA CRISI GLOBALE22

  • nostra struttura economica. Dissolta la grande impresa, in crisii distretti, emerso rafforzato dalla ristrutturazione un quartocapitalismo di medie imprese multinazionali. Si tratta di pro-duttori che si sono collocati su una produzione di pi elevataqualit e pi alto valore aggiunto.Un modello che doppiamente fragile, il nostro. Perch al-

    cuni settori del manifatturiero si collocano in modo subordinatonella filiera tedesca. E perch in altri dipende comunque, e cru-cialmente, da una domanda estera, esterna ed interna allEu-ropa, che pu rapidamente evaporare in crisi come quella chestiamo vivendo. Il che non pu che preludere ad un ulterioregiro di vite della ristrutturazione.Ma una realt che sarebbe miope affogare in un declino

    omogeneo e generico del nostro apparato produttivo: cometroppo facilmente e comodamente fa la sinistra.

    Letture povere della crisi: scambiare gli effetti per le cause

    Sbaglia ancora la sinistra quando legge lesplosione della crisiadottando una griglia interpretativa immediatamente sottocon-sumistica e centrata sulla distribuzione. Sembra questa, in ve-rit, la nuova convenzione interpretativa. Vivremmo una crisiche discende dallo spostamento di reddito e ricchezza dal sala-rio al profitto e alla rendita. Ma questo vero dai primi anni Ot-tanta: non pu spiegare in un colpo solo n la bassa crescitadegli Ottanta, n il nuovo capitalismo dei Novanta, n il ritornodella instabilit finanziaria nel centro capitalistico dellultimodecennio, n la crisi sistemica. Per far questo occorre mobilitareuna analisi che parte non dal sottoconsumo e dalla distribu-zione ma dalla finanza e dalla produzione.Sbaglia, di conseguenza, la sinistra anche quando si limita a

    battaglie puramente difensive nella sostanza, o propagandistiche,o meramente redistributive. La resistenza e la redistribuzione

    DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI 23

  • sono elementi essenziali della politica della sinistra. Sono perefficaci soltanto dentro un diverso quadro di analisi e di rispostadi politica economica.La realt stessa stata pi radicale della sinistra. Ci ha risqua-

    dernato davanti lurgenza di un intervento che tenga insiemeripresa del conflitto dal basso e immaginazione programma-tica dallalto. Non possiamo non partire da una autocritica, dauna dichiarazione di fallimento: della dirigenza politica dei variframmenti della sinistra cosiddetta radicale, degli economisticosiddetti critici.I circoli capitalistici, sia pure con un ritardo di cui paghiamo

    un prezzo pesante, hanno saputo invece mettere in piedi un belparadosso: una transizione oltre il neoliberismo traghettata daineoliberisti stessi. Un paradosso che si scioglie se si segue lana-lisi svolta sin qui.

    Neo-liberismo e social-liberismo

    Il modello di nuovo capitalismo che ho descritto stato un mo-dello di forte attivismo. Lo Stato, la politica, non si sono mai ri-tirati, in realt, se non nella caricatura che ne ha fatto la sinistra.Il neoliberismo stato certo liberista contro il lavoro, contro ilwelfare, a favore della finanza. Non stato affatto liberista sualtri terreni. Ha tutelato i monopoli; ed ha praticato alla grandei disavanzi del bilancio pubblico, quando gli serviva. Ha gestitola ridefinizione dei diritti di propriet, e la privatizzazione deibeni comuni.Su queste questioni, nellultimo decennio, e a parte voci iso-

    late, lunica alternativa seria in campo, di fronte al balbettiodella sinistra, stata purtroppo costituita da quello che ho sug-gerito di chiamare il social-liberismo: una formazione idealesostanzialmente sconosciuta alla sinistra.Il social-liberismo , per certi aspetti, una impostazione ben

    pi liberista del neoliberismo. Lo , per esempio, nella sua mito-logia della concorrenza come regolatore dei monopoli, per quel

    LA CRISI GLOBALE24

  • che riguarda per esempio i mercati dei beni e dei servizi. E si mostrato ben pi affezionato agli equilibri del bilancio pubblico per ragioni certo discutibili, ma meno banali di quelle che glisono state spesso attribuite dalla sinistra. Ha, daltro canto, unasua anima sociale, il social-liberismo. Vorrebbe piegare la globa-lizzazione e la finanza regolate ad una qualche redistribuzioneuniversalistica. Peccato che quella redistribuzione regolarmentesvanisca dallorizzonte quando si arriva al governo, per losses-sione di ripristinare gli equilibri nel bilancio pubblico, che sonostati appunto mandati in rosso dai neoliberisti.Cos, quando si va al governo la redistribuzione scompare dal-

    lagenda, rimangono i tagli e le politiche di flessibilizzazione, eci si avvita in un ciclo economico-politico sempre pi perverso,sino ad una soglia di non-ritorno. Per questo, paradossalmente,lanima sociale del social-liberismo finisce con lessere pi dan-nosa della sua anima liberista, che vuole liberalizzare per rire-golamentare.Aggiungendo paradosso a paradosso, le ali pi di sinistra della

    sinistra radicale sono spesso nientaltro che una copia radica-lizzata del social-liberismo. Daltronde, il riferimento teorico sovente il medesimo. Le ali pi disponibili ad una esperienza digoverno, dal canto loro, hanno spesso accoppiato subalternitsostanziale a intenzioni polemiche accese ma ben poco efficaci.Legemonia del social-liberismo non mai stata davvero messain questione.

    La crisi del social-liberismo, e il neoliberismo oltre il neoliberismo

    Se tutto ci vero, lo anche il fatto conseguente, oggi palese eincontrovertibile, che il social-liberismo stato spiazzato dallacrisi ben pi del neoliberismo. La fiducia nella stabilit delnuovo meccanismo di estrazione del plusvalore stata a ben ve-dere maggiore da parte dei social-liberisti che da parte dei neo-

    DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI 25

  • liberisti. La sostenibilit del nuovo capitalismo veniva in fondodelegata dai social-liberisti alla auspicata presenza di una mag-giore regolazione di mercati comunque da liberalizzare. Qual-cosa che da molti di loro stato ribadito fino a poche settimanefa come una soluzione alle crescenti difficolt delleconomia: ilche ha assunto sempre pi una coloritura comica di fronte al-laggravarsi drammatico della crisi.Il neoliberismo, per suo conto, stato sconfitto nellideologia

    da laisser faire che ha diffuso a piene mani nei decenni passati.Viviamo senzaltro una crisi di legittimazione del liberismo.Ma quella ideologia non corrisponde per nulla al paradossalekeynesimo finanziario che stato praticato dai neoliberistinellascesa del nuovo capitalismo (un vero e proprio asset-bub-ble driven Keynesianism, come stato definito), e non corri-sponde per nulla alla risposta di politica economica attuale alsuo crollo.Il fatto che i neoliberisti hanno compreso prima di tutti gli

    altri, esclusi pochi marginali nella sinistra, e certo prima dei so-cial-liberisti, che lo sviluppo di bolla in bolla si stava tramu-tando in una crisi sistemica dispiegata. Hanno saputo a questopunto inventare alla grande nella loro azione contro la crisi. Illoro intervento stato senzaltro innovatore, almeno reattiva-mente: non stato affatto meramente adattivo. Sono andati benoltre la Banca Centrale come prestatore di ultima istanza sulterreno della politica monetaria: sino ad azzerare i tassi di in-teressi a breve, a prefigurare la regolazione degli stessi tassi diinteresse a lunga, come anche lacquisto senza limiti di titoli diStato. Si passati dai salvataggi al finanziamento diretto dellebanche di investimento. Dallacquisto di titoli tossici alla rica-pitalizzazione. Dalla sostanziale nazionalizzazione delle bancheal fornire una assicurazione di ultima istanza e ormai illimitata. Non ci si fermati l. Di fronte allurgenza della crisi, si ab-

    bandonata ogni rigidit, sino a fare spazio al ritorno dellinter-vento diretto dello Stato. Siamo, di nuovo, tutti keynesiani,anche gli editorialisti del Corriere della Sera: lultimo santuario

    LA CRISI GLOBALE26

  • del sedicente liberismo. Non mi riferisco solo alla rivalutazionedella spesa in disavanzo e allindifferenza rispetto alla esplosionepotenziale del debito pubblico. Mi riferisco anche al profilarsi diuna sorta di vera e propria programmazione di un nuovo grandeciclo di investimenti, di cui oggi si fa addirittura intravedere ilpossibile finanziamento con nuova moneta. La critica al social-liberismo e il superamento del neoliberismo che dovevano venireda sinistra sono venute da destra.

    Quale politica economica alternativa

    Le questioni sul tappeto, quelle che ci troviamo di fronte comemacigni, sono quelle che stanno al centro dellanalisi che hoproposto alla sinistra, e anche su queste colonne. Non da ieri, enon da solo. Non da un anno, ma dalla fine del decennio scorsoalmeno. Non per caso. Il meccanismo unico che si messo inmoto, e che ora viene al termine, risale infatti proprio alla se-conda met degli anni Novanta. Se le cose stanno nei terminidi una analisi quale quella che si qui delineata, la politica eco-nomica alternativa non pu non incardinarsi su una forte di-mensione strutturale. Ma quella analisi e quella propostapolitica non hanno avuto molto successo. Erano certamente aldi sotto delle necessit. Pure, erano almeno coscienti di quellache era la sfida che si profilava allorizzonte. ormai sempre pi evidente la necessit di una manovra co-

    ordinata internazionalmente, ma ancora di pi sulla scala eu-ropea con robusti interventi espansivi di politica fiscale. Larichiesta di spese pubbliche in disavanzo non pu non accom-pagnarsi ad una loro riqualificazione produttiva. Il pareggio delbilancio pubblico sensato solo per la parte corrente del bilan-cio statale, e in condizioni di pieno impiego. Non lo se non si in pieno impiego. E anche in quel caso non lo per la parte inconto capitale, non per linvestimento. Occorre che la richiesta, oggi urgente, di una riduzione dra-

    stica e immediata delle imposte sui redditi bassi si accompagni

    DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI 27

  • ad una pi elevata tassazione dei redditi elevati. Che gli ammor-tizzatori sociali siano estesi mentre loccupazione viene garan-tita e non in cambio di mani libere sui licenziamenti. Che idisavanzi e il debito si accompagnino, da subito, allindicazionedi contenuti alternativi delle produzioni.Occorre, insomma, che il momento della redistribuzione e

    della ripresa, che sono ineludibili, siano per simultanei al mo-mento della socializzazione degli investimenti, al momento dellariforma.Non ci si poteva, non ci si pu, limitare alla stabilizzazione

    del debito pubblico, anche per questo. stata una parola dor-dine senzaltro bene intenzionata ma generica, e tutto sommatomoderata. Per almeno due ragioni. Perch si doveva, come sideve, entrare nel merito di cosa sia prodotto, di cosa sia inve-stimento. E perch, se lo si fa, ci si rende subito conto che inuna ottica strutturale, lunica davvero forte contro neoliberismoe social-liberismo insieme, si deve semmai rivendicare la ne-cessit di una crescita del disavanzo pubblico sul PIL. Proprioci che viene s, oggi, proclamato a gran voce: ma da destra. Lasinistra ha ritenuto per troppo tempo che un discorso del generefosse esagerato, cos come ha ritenuto un discorso sul pro-gramma che andasse al di l della redistribuzione e della som-matoria delle richieste del movimento un lusso.Lo sforamento dei rapporti disavanzo/PIL e debito/PIL potr

    e dovr essere temporaneo. Non perch, come pretende la po-litica economica che si vuol praticare oggi, lo Stato si debba do-mani ritirare. Per la ragione esattamente opposta. Perch laquantit e qualit della maggiore spesa pubblica deve rivelarsicapace di riattivare il denominatore, cio il PIL dentro, ripeto,una battaglia che contemporaneamente ridefinisca cosa vuoldire investimento, cosa vuol dire prodotto. Una ripresa della produzione non solo per leffetto domanda,

    ma anche per la capacit di suscitare una nuova e diversa offerta.Una volta usciti dalla crisi, leventuale ritorno al pareggio di bi-

    lancio pu anche essere un obiettivo di sinistra: se la crescita

    LA CRISI GLOBALE28

  • della spesa pubblica nei confronti del PIL qualcosa di inevitabile,se si vuole mettere in piedi un meccanismo economico alterna-tivo a quello trainato dai consumi indebitati e/o dalla domandaestera, e se si dubita di un traino degli investimenti privati vienefinanziato da una ridefinizione e rimodulazione della imposi-zione tributaria. Ci si dimentica troppo spesso delleffetto espan-sivo di un aumento della spesa pubblica in pareggio. Elementodistintivo della natura di sinistra dellintervento , peraltro, chelaumento della spesa pubblica, anche se non di per s in disa-vanzo, sia invece, esso s, permanente.

    La centralit della dimensione strutturale

    Contro il keynesismo cos come labbiamo conosciuto, una po-litica di forte spesa pubblica, inizialmente in disavanzo, deveessere mirata, non generica: agente di un nuovo meccanismodi sviluppo attento al limite naturale e alla dimensione di ge-nere. Una politica sul cosa e sul come produrre che si ricentrisulla domanda interna, ma che allo stesso tempo la riorienti conun forte indirizzo politico. Una domanda interna che, anche su-perata lemergenza, continui ad essere trainata da una spesapubblica la quale, spingendo verso lalto il reddito, sostenga oc-cupazione e salari stabilmente, e per questa via (e non quella dimeri sussidi monetari) i consumi indotti.Sugli aspetti di politica industriale e settoriale non dir nulla

    qui, ma sono essenziali: rimando alle cose scritte altrove, maanche su queste colonne, da Francesco Garibaldo, oltre che ailavori di Halevi e miei.Si tratta di un insieme di politiche che non pu non accom-

    pagnarsi alla richiesta di un controllo dei capitali su scala con-tinentale. I vincoli europei costringono meno di quanto siritenga comunemente. Non solo per lattuale, prevedibile rilas-samento in sede comunitaria. Anche per la ridefinizione del

    DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI 29

  • Patto di Stabilit nel 2005, e per i margini che lo stesso Trattatodi Maastricht d per praticare, alloccorrenza, un controllo deimovimenti di capitale. Spazi certamente limitati: che possonoper essere sfruttati e ampliati grazie alla crisi.Il vincolo alla spesa non tecnico: politico. Preliminare a

    queste politiche che la presenza dello Stato nelle banche enella finanza non sia puramente nominale, ma sostanziale, eche faciliti il cambiamento strutturale. N si va lontano senzameccanismi di riciclaggio dei surplus commerciali interni al-larea europea.Ci che si va profilando qualcosa di ben diverso. Interventi

    coordinati su scala europea ritardano, e ognuno va per la suastrada. LInghilterra torna a un keynesismo di disavanzi trainatidalla riduzione delle imposte indirette. La Germania prediligeinterventi di lungo termine facendo il minimo imposto dallacrisi, anche se questo sar alla fine molto di pi di quanto vor-rebbe. La Francia si colloca a met strada. LItalia, come la Ger-mania, ma pi poveramente, conta che passi la nottata. Vuoleincassare, oggi, una ristrutturazione imposta dalla recessione.Spera, domani, in una ripresa delle esportazioni, che rischia diessere alquanto elusiva. Laumento dei disavanzi per sostenerebanche ed economia, nella misura in cui non li si pu evitare,sono il pretesto per ulteriori giri di vita nella spesa sociale, e peruna ridefinizione regressiva di welfare, pensioni, ammortizza-tori sociali.

    Stiamo scivolando verso un capitalismo autoritario, con linstau-rarsi di un regime dissimulato. Torna la spesa diretta dello Stato,torna la politicit della finanza, ma da destra, e dentro un mo-dello che coniuga frammentazione del lavoro e bassi salari conuna finanza pi regolata e con la natura ridotta a business.Paghiamo duramente il ritardo nellanalisi del capitalismo

    contemporaneo e nel disegno di una alternativa strutturale, chenon si inventa dalla sera al mattino. Richiede un investimentopolitico che mancato alla sinistra alternativa: ieri come oggi.

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