conversazioni critiche

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  • Giosu CarducciConversazioni critiche

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    QUESTO E-BOOK:

    TITOLO: Conversazioni criticheAUTORE: Carducci, GiosuTRADUTTORE:CURATORE: NOTE: Il testo presente in formato immagine sul sito The Internet archive (www.archive.org/)Realizzato in collaborazione con il Project Gutenberg (http://www.gutenberg.net/) tramite Distributed proofreaders (http://www.pgdp.net/).

    DIRITTI D'AUTORE: no

    LICENZA: questo testo distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/

    TRATTO DA: Conversazioni critiche / G. Carducci - Roma : A. Sommaruga, 1884 - 318 p. ; 19 cm.

    CODICE ISBN: mancante

    1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 21 giugno 2010

    INDICE DI AFFIDABILITA': 1 0: affidabilit bassa

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    REVISIONE:Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it

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  • G. CARDUCCI

    CONVERSAZIONI CRITICHE

    4 Migliaio

    ROMACASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.

    Via dell'Umilt. - Palazzo Sciarra

  • 1884.

  • PROPRIET LETTERARIA

    ROMA - Tipografia dell'Ospizio di S. Michele

  • in esercizio di Carlo Verdesi e C.

  • PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO

    Nella Nazione di Firenze23 settembre 1861.

  • PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO

    Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne' due scritti del dott. C., intitolati I beni della letteratura e I mali della lingua latina, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual in parte ancora fra noi e alla necessit di una educazione pi veramente civile.

    Ma noi amiamo e desideriamo il vero in tutto e per tutto: noi, abborrendo dalle comode declamazioni, crediamo non si possa comprendere in un odio e uno spregio sistematico tutto intero un secolo, tutta intera una letteratura, senza dissimulare molti fatti, senza sforzare molte illazioni, senza falsare molti giudizi; e, quando procedesi con buona fede e con animo volto al bene, com' di certo il caso del signor C., senza involgersi in contraddizioni che nocciano capitalmente all'assunto. Anche noi anteponiamo di gran lunga, almeno quanto il signor C., la letteratura di Grecia alla romana, la trecentistica nostra a quella della seconda met del Cinquecento. Il signor C. per altro, in quel che tcca della civilt romana e della letteratura di tutto il Cinquecento, ha fatto ne' suoi scritti uno stillato, un sublimato, per cos dire, delle opinioni del Balbo e del Cant, e troppo ai loro asserti si affida, troppo si abbella fin delle loro citazioni. Ma il Balbo e il Cant, oltre che in letteratura e in filosofia non attinsero sempre alle fonti, vollero anche giudicare la storia e la civilt cos antica come moderna dal solo punto di vista cattolico.

    E a noi sa di fazione, dottor C., della fazione che spinse il cristianesimo all'intolleranza, alle persecuzioni, agli sperperi delle

  • arti antiche, agli abbruciamenti delle biblioteche, fra cui esultava lo spirito selvaggio di Orosio, il prete spagnolo che poi doveva insultare all'eccidio di Roma, quel proscrivere, come voi fate, quel bandire all'odio universale tutta intera una civilt, che impront gran parte di mondo di quella unit meravigliosa onde s'aiut poi il cristianesimo, che lasci all'Europa il retaggio della sua legislazione, delle sue costituzioni, del suo senno pratico: la civilt che sola di all'Italia l'idea nazionale, da' cui frantumi risorse colla forma dei Comuni la libert popolare, col simbolo dell'impero il concetto dell'unificazione. Quando voi dite che la civilt romana ai nostri giorni farebbe vergognare di s le pi barbare trib africane, non c' bisogno di confutarvi: simili sentenze portano nella loro esagerazione la loro condanna: ce ne appelliamo al Vico, da voi non degnato mai di n pur nominarlo. N la letteratura romana ha bisogno delle nostre apologie, per non essere reputata ordinariamente sotto il livello della mediocrit e congegnata sempre sulla pi gelata apatia del sentimento: n del nostro aiuto han bisogno Cesare, Cicerone, Tacito, Virgilio ed Orazio, per rimanersene fra i pi grandi scrittori delle nazioni civili. Vero ch'indi a poco voi salutate Tullio grande oratore, parlate dei canti immortali del castissimo Virgilio, onorate Tacito del titolo d'ingegno superiore al giudizio di qualunque non si levi all'altezza del genio. Come ci possa stare con una letteratura ordinariamente sotto il livello della mediocrit, altri vegga: noi facciamo plauso alla buona fede. Del resto n pur gli argomenti che voi portate contro l'insegnamento della lingua e letteratura latina son nuovi: n voi, scrittore del Prete e il Vangelo, avete sdegnato di seguitare il canonico Gaume e il padre Ventura: basti dunque ricordare ai nostri lettori le risposte del Thiers, del Gioberti e dello stesso Tommaso.

    Ma non posso lasciar senza nota questa singolare asserzione: E chi insanguin s atrocemente la rivoluzione dell'89, se non gli alunni della lingua e della morale latina? Caro ed egregio

  • dottore, la non fu colpa del latino, se un popolo gentile e cortese, se un'assemblea di filosofi umanitari dovettero ripurgar la Francia nei lavacri di sangue del 1792 e 93: tali eccessi furono dolorosa conseguenza dei pi grandi eccessi di un clero, il quale, se voi aveste scritto Il Prete e il Vangelo poco pi che un secolo fa, avrebbe fatto ardere per man del carnefice il vostro libro se non pur voi; dei pi grandi eccessi del feudalismo, il quale, se voi foste nato vassallo, come venti milioni d'uomini su a mala pena cinquecento, dava ad ognuno di quei cinquecento il diritto di riscaldarsi i piedi agghiacciati nel vostro ventre sparato, di salir primo nel letto della vostra sposa, o dottore. E il clero e il feudalismo non furono istituzioni della civilt romana, che farebbe vergognare di s le pi barbare trib africane.

    Veniamo alla letteratura del Cinquecento. Prima di tutto, se il dottor C. avesse attentamente seguito il filo della tradizione romana dalla caduta dell'impero a tutto il secolo decimoterzo, ei non avrebbe detto che il Boccaccio fu il primo a far romane le nuove lettere; perch appoggiata d'una parte alle ruine del Campidoglio e al sorgente Laterano dall'altra avrebbe veduto dominar sempre su l'Italia la civilt latina; perch nelle origini, nelle istituzioni, nelle glorie dei Comuni avrebbe veduto l'orgoglio del nome romano, lo avrebbe sentito nelle cronache, nei romanzi, nelle feste, nei canti; perch, a ogni modo, fu Dante il primo a far romana la letteratura dei Comuni italiani. E il quadro che il dott. C. delinea del Cinquecento troppo ristretto, troppo vago, troppo caricato in certi punti e falso in certi altri, troppo copiato alla cieca dal libro XV della Storia Universale del Cant, che tutti sanno non esatto n imparziale scrittore.

    E ben si pareva, anche senza ch'ei ce lo dicesse, che il dott. C. non ha pi che scartabellato gli autori del Cinquecento: il che, se pu bastare a buttar gi pi o meno calorose tirate, poco a dar giudizio d'un secolo, il quale, se altro non avesse avuto che

  • Venezia combattente contro tutta l'Europa, e le difese di Firenze e di Siena; se altro non avesse avuto che l'alterezza nazionale onde sotto il dominio straniero conserv purissimo il carattere paesano e ne impront Francia Spagna e Inghilterra ad un tempo, e il senso squisitissimo e il culto amoroso del bello, che sempre morale di per s; se d'altri nomi non si gloriasse che del Machiavelli, del Guicciardini, dell'Ariosto, di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, del Tasso, del Sarpi (non metto come il dott. C. fra i cinquecentisti il Savonarola), avrebbe sempre diritto a esser gloriosamente ricordato fra quei secoli ne' quali il genere umano di pi larga prova della sua nobilt. Ah, signor C., ben pochi segni dell'alfabeto ci vogliono e pochissimi secondi occorrono a scrivere di queste righe l'impudenza di abdicare i diritti del cittadino e di rinnegare la terra dei padri un tristo privilegio dei cinquecentisti: ben poco ci vuole! Ma, quando voi infamavate cos molte generazioni d'italiani, non vi sorsero per un istante dinanzi agli occhi la greca figura di Francesco Ferruccio, non la romana di Andrea Doria, non la italianissima del Burlamacchi? E lo spasimo di un'anima e di un ingegno sublime tra l'ideale di una patria libera e grande e la realt d'una corrotta politica, non lo sentiste voi mai nelle acerbe pagine d'un Machiavelli e d'un Guicciardini, le quali pur nel disperato scetticismo son