il cane secondo me danilo mainardi

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CANE

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  • IL CANE SECONDO ME. Lautore. PER COMINCIARE. Lamico intelligente. PRIMA PARTE. La sapienza del cane.

    Menti a confronto, il cane e luomo. Il confronto continua: cultura, emozioni ed empatia. Viaggio nella mente del cane (e dintorni). Padrone, questa notte ti ho sognato. I cani comprendono le parole, i gesti, le espressioni. E badi bene, il guinzaglio non un giocattolo! Mascheramenti. Limmagazzinamento. Torna a casa sulle ali del vento. Sul supposto senso di colpa. I perros mendigos delle Ande, i cani di Ischia Il cane che corse a chiedere soccorso.

    SECONDA PARTE. Nella famiglia umana.

    Riti di legame tra mamma umana e cucciolo di cane. Regalare un cane a un bambino. Il cane nella famiglia umana. Cani soldatini e altri cani. Storie di cani e padroni. Somiglianze tra cani e padroni. Troppi cani insieme non va bene.

    TERZA PARTE. Uomini e cani, aggressivit e sadismo.

    La mente aggressiva del cane. Divertirsi assistendo a combattimenti tra animali. Cani e sadismo. Un esempio positivo: i cani dei punkabbestia.

    QUARTA PARTE. Cani e gatti.

    Chi vince la partita? Cari nemici. Gente da cane, gente da gatto. Sullabbandono: il cane ed il gatto durante le vacanze. Un poco di pet therapy fa bene a tutti. Lettera ad un gatto inesistente.

    QUINTA PARTE. Origine ed evoluzione.

    Laddomesticamento del lupo: lo scenario. Il ruolo dei segnali infantili. E lImprinting fece il resto. Limprinting e la socializzazione secondaria. Preadattamenti. Lorigine delle razze canine. Lindistricabile complessit delle parentele tra le razze.

  • La normalizzazione del mostruoso. Il dingo e la dinastia dei cani fulvi. La lezione che ci viene dal dingo... ... e quella che ci viene da Zanna Bianca.

    SESTA PARTE. Storia di alcune razze.

    Il cirneco dellEtna. I segugi italiani. I border collie e gli altri cani che guidano le greggi. I cani nudi, una storia di convergenze. Il mastino di Napoli. Il cane da pecora abruzzese ed il molosso pugliese. La gente umana (e non) intorno al gregge. Storia del moderno cane corso. Il maltese, cucciolo perenne. Il pechinese. Fox terrier, il futurista - ma il cane del futuro il jack russell. Il volpino italiano. Il lagotto. Il Pitbull, una razza infelice. I bovari svizzeri. Il terranova. Levrieri orientali.

    Il cane secondo loro. APPENDICE.

    PRIMA PARTE. Lorigine del cane ci svela la sua natura. SECONDA PARTE. Come deve essere un buon leader. TERZA PARTE. Come affrontare larrivo del cane in casa senza commettere errori. QUARTA PARTE. Campanelli dallarme QUINTA PARTE. Fattori di accresciuta pericolosit.

    Letture consigliate. Ringraziamenti.

  • COPERTINA. Danilo Mainardi:

    Il cane secondo me. con unAppendice di Luisa Mainardi.

    CAIRO EDITORE. (Pagine: 319).

    Il libro contiene 15 disegni dellautore.

    www.cairoeditore.it/libri ISBN 978-88-6052-316-7.

    2011 CAIRO PUBLISHING S.r.l., CORSO MAGENTA 55, MILANO. Prima EDIZIONE: OTTOBRE 2010.

    Seconda EDIZIONE: GENNAIO 2011. In copertina: fotografia di Giovanna Dal Magro.

    IL CANE SECONDO ME. Intelligente, sensibile, affettuoso, allegro.

    Sono solo alcuni degli aggettivi che possono definire il cane, questo animale che accompagna luomo da tempo immemorabile. Ce ne sarebbero molti altri, perch i cani sono dotati di personalit multiforme e, forse, non sono ancora stati compiutamente compresi. Per questo letologo Danilo Mainardi ha deciso di dedicare loro un intero volume, sommando le riflessioni dello studioso ai racconti della sua vita con i cani, o meglio dei cani della sua vita. Non infatti il classico manuale del bravo educatore, quello che vi trovate tra le mani perch, da osservatore nato, Mainardi ha sempre avuto con i suoi animali un atteggiamento poco ortodosso, nel senso che il piacere di scoprire comportamenti spontanei ha sempre prevalso sullidea di addestramento. Certo, per comprendere quegli atteggiamenti essenziale ripercorrere, insieme a lui, la storia naturale e culturale della specie a partire dal progenitore lupo, accolto per primo nella famiglia umana, lontanissimo capostipite delle oltre quattrocento razze canine ufficiali di oggi. Per non parlare dei cosiddetti meticci (definizione politically correct dei bastardini, o bastardoni che siano), rappresentanti di un universo affascinante ove possibile scoprire storie che se non fossero vere parrebbero davvero incredibili. Pure divertente nonch sorprendente la scoperta delletologicamente raffinata interazione che il cane sa imbastire col suo pi caro nemico, il gatto.

    Non manca, in chiusura, unappendice concretamente applicativa, a cura di Luisa Mainardi, sullinserimento e la corretta educazione del cane nella famiglia

  • umana, in cui ritroverete il distillato pratico di tante affascinanti narrazioni canine. Quando chiuderete questo libro, osserverete il vostro cane con occhi liberi da pregiudizi, frasi fatte ed indottrinamenti vari. E ne scoprirete un altro. Quello vero.

    Ai cani della mia vita.

    Lautore. Danilo Mainardi, etologo, ecologo e divulgatore scientifico, professore emerito

    di Ecologia comportamentale allUniversit Ca Foscari di Venezia e direttore della Scuola internazionale di etologia di Erice. presidente onorario della LIPU (Lega italiana protezione uccelli), membro di accademie e societ tra cui lAccademia Nazionale delle Scienze (dei Quaranta) e lInternational Ethological Society di cui stato presidente. Collabora con il Corriere della Sera ed ospite abituale di Piero Angela a Superquark. Per Cairo Editore, ha pubblicato i saggi Nella mente degli animali (2006), giunto alla quinta edizione, La bella zoologia (2008), Lintelligenza degli animali (2009) e i gialli etologici Lacchiappacolombi (2008) e Un innocente vampiro (2010).

    PER COMINCIARE. Lamico intelligente. Felice aveva una specialit: a far finta di niente era un artista.

    stato il secondo fox terrier della mia vita, Felice, e aveva un caratterino niente male. Per dirla tutta, era un bellattaccabrighe.

    Prima o poi imparer, mi dicevo. Siccome per lo lasciavo fare, ne ha fatte di zuffe i primi anni della sua vita, ne ha prese di botte. Sempre da cani pi grossi di lui, a onor suo e del vero. Ma poi ha imparato.

    Non essendo stupido ha progressivamente preso coscienza delle sue possibilit offensive e difensive rispetto a quelle degli altri maschi, e gi questo fu un bel passo avanti. Ma ha appreso anche di pi: impar, e ci cambi la sua esistenza, a gestire pacificamente i suoi rapporti con gli altri cani.

    Esiste un rito canino, a proposito di questa gestione, che gli etologi chiamano assessment, che in italiano pu venir tradotto come valutazione per confronto. E, se avete voglia di fare quel piccolo esercizio conosciuto dai lettori pi irrequieti come salto nel libro, andate in fondo, ma proprio in fondo in fondo, a questo libro, e scoprirete, nellultimo capitolo, cosa scrive Seplveda a proposito di due cani che si incontrano per la prima volta.

    Un ritratto eccellente, il suo, da etologo provetto.

    Il breve testo tratto da Patagonia Express, dove lepisodio dei due cani che, incontrandosi per la prima volta, si annusano reciprocamente, viene usato per analogia per farci immaginare il suo primo incontro, al Caf Zurich di Barcellona, con Bruce Chatwin. Incontro che, per la cronaca, venne combinato dai rispettivi editori, nellillusione che i due scrittori, dopo essersi conosciuti, avrebbero

  • collaborato per scrivere insieme la storia romanzata della vita di Butch Cassidy e Sundance Kid.

    Gli editori, a ogni modo, fecero cilecca, perch i due, dopo essersi presi le misure proprio come due cani da pagliaio, liberi cio di fare quel cavolo che volevano, non collaborarono affatto. Ma a noi questo importa ben poco.

    Potrebbe invece importare, almeno spero, losservazione di carattere generale che, piuttosto spesso, sono i letterati di un certo tipo, in questo caso Seplveda, a regalarci le migliori descrizioni sul comportamento animale. Dove per di un certo tipo intendo bravi osservatori e descrittori delle cose della natura, nonch poco o niente propensi a interpretazioni antropomorfiche. Questa volta, fortunatamente, sono pi i due uomini, Luis e Bruce, a venire cinomorfizzati, che non i due cani a essere umanizzati. Il che, se non altro per loriginalit dellevento, senza dubbio meglio.

    La qualit letteraria, comunque, paga sempre, anche se uno scrive di scienza o fa divulgazione. Credo infatti che scrivere bene soprattutto significhi spiegarsi meglio, e ci vale ovviamente per qualsiasi tipo di testo.

    E ora, fatta questa forse non inutile digressione e solennemente promesso di non costringervi pi a fare altri salti allinterno del libro (disciplina non olimpica), torno a Felice che a spese sue divenne, unesperienza dopo laltra, un vero cane di mondo. Un cane, cio, capace di districarsi senza danni anche nelle situazioni socialmente pi imbarazzanti. Come quando - lho osservato molte volte - gli capitava di vedersi venire incontro, sullaltro lato della strada, un cagnone grosso e apparentemente terribile. Libero come lui.

    Ebbene, ormai non era pi lingenuo giovincello pronto per ogni rissa, a sue spese aveva imparato. Cos, incontrando un cane particolarmente preoccupante, semplicemente fingeva di non vederlo. Andava dritto per la sua strada guardando fisso davanti a s come se stesse pensando a chiss cosa. Invece proprio a quello pensava, a quel cagnone terribile. E sapete come facevo a intuirlo? Perch la sua recita, altrimenti impeccabile, aveva una piccola falla: i peli della sua schiena erano tutti dritti. Fenomeno detto orripilazione. Il linguaggio del corpo, dunque, parlava chiaro.

    Altro che distratto: Felice stava semplicemente facendo finta di niente. Ottima strategia alternativa per scavalcare lostacolo senza ulteriori rotture di scatole.

    Aveva insomma trovato, potremmo dire con un gioco di parole, una scappatoia senza dover scappare. Il che, per uno orgoglioso come lui, sarebbe stato intollerabile. E, anche, senza dover perdere tempo con lelaborato rito descritto da Seplveda, efficace quasi sempre, ma comunque ben pi impegnativo.

    Laneddoto, con ci, finito. Devo ora spiegare perch lho raccontato.

    Primo, per dirvi che il cane un animale intelligente, o che almeno viene al mondo con le potenzialit per divenirlo.

    Secondo, per spiegarvi che lintelligenza al cane si sviluppa se gli viene concesso di fare le sue esperienze, sociali e non sociali.

    Terzo... no, mi fermo qui, perch, a dir la verit, con questa numerazione potrei andare avanti per un pezzo, ma non il caso. Questa, infatti, vuole soltanto essere unintroduzione a quanto poi, prendendomi tutto il tempo necessario, vi dir.

  • Entriamo, a ogni modo, un po pi nello specifico parlando del caso di Felice. Ammetterete che, qualsiasi cosa esattamente significhi, ci vuole pur sempre una bella mente per fare finta. Senza contare che quel comportamento ha senso solo in presenza di un qualcuno che ci caschi, che creda nella recita. Non basta, perci, possedere una mente fina, occorre anche che si tratti di una mente sociale. La mente di un animale che s evoluto per vivere in gruppo e, perci, per leggere il comportamento altrui.

    C poi unaltra curiosit a proposito di Felice che fa finta.

    Siamo sicuri che quellastuzia fosse tutta farina del suo sacco? Che discendesse, cio, esclusivamente da sue individuali esperienze, da osservazione e deduzioni partorite dalla sua mente fina, o non pu invece darsi che una qualche tendenza innata a fare finta risulti scritta nel suo Dna? Eccoci cos arrivati al classico dilemma: istinto od apprendimento?

    Sapienza dellindividuo o sapienza della specie?

    Ebbene, il busillis non soltanto classico, anche, per molti aspetti, superato. E meno male! Ma se vogliamo davvero sapere come stanno oggi le cose, non possiamo fare riferimento soltanto a ci che conosciamo sul comportamento del cane, perch letologia cognitiva, la disciplina che sinterroga su questi problemi, scienza comparativa e sempre ragiona in una prospettiva evolutiva.

    Tornando a questo libro, perci, anche se il cane ne sar il protagonista, non sar, n potr mai essere, una sorta di monade. Tuttaltro: la storia naturale e culturale del cane piena di finestre cui merita affacciarsi. Scoprire riferimenti, collegamenti. Innanzitutto con la nostra specie, perch il cane un prodotto delluomo (la cosiddetta selezione artificiale), ma non solo. Incontreremo - e non potrebbe essere diversamente - molti altri animali. A uno, tra laltro, il suo carissimo amico-nemico gatto, lopposto speculare, verr addirittura dedicata una parte del libro. Solo cos, e cio mantenendo quella che chiamo lottica evolutiva, sar possibile, secondo me, veramente capire, o almeno tentare di capire, la multiforme personalit del nostro amico intelligente.

    E, gi che ci sono, voglio spendere - lui senzaltro se li merita - un altro paio di aggettivi: perch il cane anche affettuoso e allegro. Il che non assolutamente cosa da poco, se ci pensate, per un amico. Ce ne fossero di amici cos.

    Ho scritto, poche righe sopra, secondo me. Sembrano niente, queste due parole, ma io le ritengo, invece, molto impegnative. Non per niente le ho volute nel titolo e desidero spiegarne il motivo. Mi preme infatti dire che questa mia un poco scomoda presenza allinterno del titolo del libro non , n vuole essere, un segno darroganza. Al contrario semmai. Quel secondo me vuole piuttosto essere limitativo, nel senso che esprime il concetto che altri potrebbero pensarla diversamente da me. C sempre, daltronde, chi la vede diversamente, e benvenuto a lui. Ma non questo il punto principale.

    Il punto principale che noi esseri umani viviamo in comunione con quel peloso e scodinzolante personaggio da tempo immemorabile, eppure, credo proprio, non labbiamo ancora compiutamente compreso. Ne utilizziamo, vero, la straordinaria duttilit facendogli fare i pi diversi mestieri; talora ne apprezziamo le capacit intellettive delegandolo a scelte responsabili e quasi sempre gli vogliamo bene, un mare di bene. Eppure, e temo di sapere il perch, siamo anche

  • fortemente portati a sottovalutarlo. Il che poi significa, se ben ci pensate, a trattarlo peggio di quanto non si meriti.

    Ecco, il secondo me sottolinea la mia convinzione che il cane sia ancora per buona parte da scoprire, anche se gli strumenti conoscitivi per poterlo fare ormai li possediamo tutti. E questi strumenti - vedrete - spesso li scopriremo in osservazioni che riguardano altre specie, prima di tutto la nostra. E il motivo semplice: perch stato Homo sapiens il creatore del cane.

    Il secondo me, inoltre, vuole spiegare il mio atteggiamento non sempre ortodosso, nel senso di da manuale del bravo educatore, nel confronto dei miei cani. E parlo al plurale, badate, perch intendo tutti i cani della mia vita. Non ho mai posseduto contemporaneamente, infatti, pi di due cani per volta. Di solito uno solo. E anche di questa mia scelta spiegher il motivo.

    Comunque, a proposito del mio atteggiamento non proprio da manuale, capirete bene cosa intendo leggendo questo libro. Anticipo parzialmente la spiegazione confessandovi che mi piace scoprire cosa passa per la mente dei miei cani e cosa scelgono liberamente di fare. Sono un osservatore nato e mi diverto a scoprire i comportamenti, talora inattesi e sorprendenti, degli animali in genere, dei miei cani in particolare. Per far ci con profitto essenziale che abbiano in me una fiducia totale, che riconoscano la mia leadership, e non perch mi temono, ci mancherebbe, ma per ben altre ragioni. Il bello , e questo mi piace sottolinearlo, che i miei cani, quando chiedo loro di fare qualcosa, di norma la fanno. E volentieri. Si potrebbe dire che mi ubbidiscono, anche se questo non sarebbe proprio il verbo adatto. Fanno, in altre parole, ci che chiedo perch mi sentono come il loro leader e - la natura del cane fatta cos - a loro piace accontentare il loro leader. Il che, se ci pensate, qualcosa di sottilmente diverso dallubbidire. C pi convinzione e meno costrizione in questo tipo di rapporto.

    Esiste, daltronde, un metodo moderno dallevamento del cane, conosciuto come educazione gentile, che funziona allincirca in questo modo, ma non sono certo io la persona adatta per insegnarlo, non il mio mestiere e nemmeno ci tengo. Lunica osservazione che voglio fare al proposito che, per una specie come il cane, allevare significa anche insegnare. Lo fa la mamma coi suoi cuccioli e dopo di lei dobbiamo farlo noi.

    La trasmissione culturale, daltronde, nasce sempre come cura parentale e noi, che ci siamo presi la responsabilit di quel cucciolo, un po di cure di quel tipo gliele dobbiamo certamente. Conviene a noi, oltretutto, non solo a lui.

    Lavrete ormai capito, nel mio rapporto con i cani prevale, piuttosto che lo spirito delladdestratore, lo spiritello dello sperimentatore. La mia curiosit, inoltre, ha sempre, o quasi sempre, scavalcato la supposta necessit dellubbidienza a ogni costo, che nemmeno mi piace. Pi duna volta, infatti, un cane ha dimostrato daver lui ragione rifiutandosi, pi o meno garbatamente, pi o meno cocciutamente, di fare ci che gli chiedeva il padrone. Perch anche il cane pensa e sa, e a volte, per misteriosi motivi, pensa addirittura meglio del padrone, o sa cose che il padrone non sa e non pu sapere.

    E unaltra cosa che non fa per me concepire i cani come se fossero macchinette che funzionano attraverso il semplice meccanismo stimolo-risposta. Lo so che funziona, e per molti, umani e non umani, pu anche andar bene, perch sia gli umani che i cani sadeguano facilmente a questa semplificazione. Per me per cos non va. I cani mi piace scoprirli come persone piene di sfaccettature.

  • Persone non umane ma ugualmente complesse ed interessanti. Ognuna con la sua storia, il suo carattere, simpatie ed antipatie. Con la sua personalit, insomma.

    Ma basta cos. Capirete meglio leggendo e soprattutto - a fare ci che voglio incoraggiarvi - osservando il vostro cane con occhi ingenui. Liberi, cio, da pregiudizi, frasi fatte ed indottrinamenti vari. Scoprirete, allora, un altro cane. Quello vero.

    Ultimissima annotazione: credo sia ormai chiaro che questo libro non , n pretende di essere, un manuale in cui si insegna come tirar su un cane. tuttaltra cosa e, al massimo, qualche lettore potr trarre qualche idea generale su come rapportarsi col proprio cane, niente di pi. Insomma, come se una mamma, o pi genericamente un genitore, per apprendere come allevare il proprio figlio si comperasse un testo di antropologia. Non cos che di solito si fa. Ma, siccome un qualcosa di pratico, di concretamente applicativo, non pu che fare bene, in fondo a questo saggio forse un po troppo teorico troverete, come appendice, un breve testo pratico intitolato Linee guida per linserimento e la corretta educazione del cane nella famiglia umana. Lha scritto mia figlia Luisa, che ben pi pratica di me nel rapportarsi con i cani e che, dopo essere stata una splendida mamma di bambini umani, ora lo , altrettanto, di cuccioli di cane.

    PRIMA PARTE. La sapienza del cane. I cani sono animali intelligenti.

    Ragionano, pensano, hanno una memoria formidabile.

    Sono anche animali equilibrati, perch alla sapienza individuale, frutto della loro mente fina, sassomma quella collettiva della specie, scritta nel Dna e collaudata dalla selezione naturale.

    I cani sono inoltre animali sociali, nati per apprendere, prima dalla madre, poi dalla famiglia umana di cui entreranno a far parte. straordinaria limportanza, per lo sviluppo della loro intelligenza, del come li si educa, del come li si fa crescere.

    Narrer, chiudendo questa prima parte, alcuni casi in cui i cani hanno manifestato sorprendenti capacit intellettive. Vi sembreranno straordinarie, quasi incredibili, eppure non solo sono vere, ma potrebbero svilupparsi in ogni cane se lo si sapesse allevare correttamente, regalandogli man mano fiducia e autonomia secondo le esigenze della sua natura. Come, in altre parole, ogni cane si merita.

    Hanno, infatti, un bisogno immenso, i cani, di questo corretto allevamento. attraverso questa via che ogni cane pu regalare al proprio padrone il meglio di s, ma purtroppo ci, per vari motivi, non sempre avviene.

    per questo che inizio questo libro trattando della sapienza del cane.

  • Menti a confronto, il cane e luomo. Un tempo credevamo esistesse solo la mente umana, ora non pi cos. E

    nemmeno cos per quanto riguarda il pensiero, la cultura, lintelligenza. Parole una volta tab e guai ad attribuirle ad altre specie. Di sapiens ceravamo soltanto noi. Per le altre, semmai, era consentito, ma solo a livello divulgativo, luso delle virgolette. Il cane pensava di tornare a casa, il che significava che era come se pensasse, non che pensasse davvero come ora, invece, sappiamo.

    Ormai, finalmente, possiamo parlare, in termini scientifici, della mente del cane, ma non solo. Esiste quella del gatto, dello scimpanz, del delfino, del corvo, del pappagallo, dellape e perfino del polpo e della seppia, e di tanti altri animali. Chiss di quanti.

    La mente del cane, a ogni modo, assai speciale, perch non c animale, pi del cane, che sappia mettersi in contatto, mentalmente e con ci che ne consegue, con la mente umana, anche se i possessori di questultima, purtroppo, se ne sono accorti troppo tardi. Quando e se, se ne sono accorti.

    Partiamo dallinizio per, e cio chiedendoci di cosa parliamo quando, in senso generale, e cio zoologico, parliamo di mente. Chiaro che, se numerose specie hanno evoluto quella cosa che chiamiamo mente, non possiamo aspettarci che tutte queste menti non-umane, queste menti in qualche modo aliene, corrispondano in tutto e per tutto allunico modello usato per secoli per definire che cosera, elencandone tutti gli attributi, quellunica entit conosciuta. O per meglio dire ufficialmente riconosciuta. Ogni mente ha infatti una sua storia, il che significa una storia evolutiva. Il che, a sua volta, significa che ogni mente stata plasmata, massimamente dalla selezione naturale, per corrispondere a differenti necessit adattative.

    Chiarito ci, torniamo al modello originario, quello della mente umana. Per descriverla vado al sodo e cio, in qualche modo, semplifico. Prendo dunque in mano un libretto assai istruttivo, La mente di Paolo Legrenzi, saggio semplice e chiaro come solo un grande studioso in grado di produrre, e annoto che le principali propriet della mente umana sono essenzialmente le seguenti:

    1) sa costruirsi delle rappresentazioni del mondo in cui si muove e sa fissarle nella memoria;

    2) sa ragionarci su e agire secondo programmi impostati sulla base delle proprie esperienze;

    3) sa coordinarsi, grazie a un raffinato sistema di comunicazione, con altre menti e acquisire e trasmettere informazioni accumulando, a livello individuale e di gruppo, conoscenza;

    4) sensibile alle emozioni e le sue manifestazioni sono sempre il risultato di un intreccio tra cognizione ed emozione.

    Questa, in parole comprensibili e sommarie, la composita nozione di mente riferibile alla nostra specie. Parole semplici in cui sono nascosti tutti i tab di cui dicevo, e altro ancora. Mi riferisco, perch nelluomo cos, soprattutto allemozionabilit e alla socialit partecipativa, cio allempatia.

    Ed eccoci dunque qui, ora, con davanti ai nostri occhi, quelli veri e quelli della mente, i quattro numeri che rappresentano la pietra di paragone da usare nel nostro esercizio.

    Ebbene, se raffronto, per quel che ne so, la mente canina a quella umana ottengo questo risultato solo apparentemente straordinario: le due menti dal

  • punto di vista qualitativo si assomigliano molto. Ci perch quei quattro punti che, in certo qual modo, rappresentano e caratterizzano le principali propriet della mente umana, sono tutti presenti anche in quella canina.

    Straordinario? S, straordinario. Per, come ho scritto sopra, solo apparentemente. Perch le differenze ci sono, eccome, ma sono tutte di ordine quantitativo. E non raramente, si sa, anche lassommarsi di differenti quantit pu fabbricare differenti qualit.

    Facciamo, a ogni modo, il giochetto della pietra di paragone.

    Partiamo, cos, considerando insieme i punti 1 e 2. Il numero uno - importante saperlo - fondamentale per decidere se una specie possiede o meno una mente. Costruirsi rappresentazioni del mondo, infatti, significa, letteralmente, saperlo immaginare. Noi - ben lo sappiamo - per pensare a qualcosa di fisico, di concreto, siamo assai facilitati dal chiudere gli occhi. Se il mio interesse va, tanto per dire, al Colosseo, chiudo gli occhi e lo vedo con gli occhi della mente. Ossia lo immagino, perch il verbo immaginare significa, semplicemente, costruire mentalmente immagini. Il che, ovviamente, possibile solo se una mente la si possiede.

    Ebbene, c un facile esperimento che dimostra che, se a un cane si pone un problema per cui, per raggiungere un luogo, deve inizialmente allontanarsi da esso e sapersi mentalmente costruire, il che significa immaginare, un tragitto alternativo, il cane lo sa fare.

    Cos come lo conosco, e come tante volte lho osservato, lesperimento - detto del detour - molto semplice. Pensate a due pareti di plastica trasparente alte e lunghe un paio di metri, messe verticalmente a formare un angolo acuto. Al di l del vertice dellangolo, distante circa un metro, c solitamente una paratoia dietro cui si cela un operatore. Questi tiene in mano una cordicella che, penetrando diretta sotto la parete di plastica, continua fin quasi in fondo allapparato e termina con un sacchettino di tela contenente qualcosa di buono da mangiare. Un po di carne trita, per esempio, e se puzzolente, tanto meglio. E a questo punto lesperimento pu cominciare.

    Piazziamo allora un cane appena fuori dallapparato, in modo tale che possa subito percepire il sacchettino puzzolente. Capisce immediatamente di che si tratta e gli si avvicina intenzionato a prenderlo. Ma a questo punto loperatore tira la cordicella e trascina il sacchettino sempre pi allinterno del triangolo, col cane che lo segue, finch il sacchettino passa sotto alla parete, dove langolo inizia, e finisce al di l, fuori portata. E a questo punto, chiaro, il cane ci resta male ma, dopo un piccolo spazio temporale su cui dovr tornare, immagina ci che deve fare. Immagina cio se stesso che fa il detour. Che cio torna indietro quanto basta per raggiungere, passando dallesterno, il prezioso sacchettino.

    Il che semplice, ma solo per chi possiede una mente, perch solo chi la possiede 1) sa costruirsi delle rappresentazioni del mondo e 2) sa ragionarci su e agire secondo programmi impostati sulla base delle proprie esperienze. Non mi dilungo su questa faccenda del detour, perch dovr tornarci ancora. Dico solo che, in situazioni analoghe, una gran quantit di animali non per niente in grado di fare ci che un cane sa fare, per semplice che possa sembrare.

  • Il confronto continua: cultura, emozioni ed empatia. E veniamo ora al punto 3, quello che riguarda il rapporto con altre menti, o

    meglio ancora con altri esseri possessori di una mente, che nel caso del cane possono ovviamente essere sia umani che non umani. un punto fondamentale per la nostra specie, perch il passaggio di informazioni da un individuo allaltro, tramite ci che in senso generale viene definito come apprendimento sociale, sta alla base della nostra capacit di produrre cultura. Che poi sarebbe la nostra maggior specialit, la nostra scelta evolutiva, quella che sempre pi ha fatto slittare dallevoluzione biologica a quella culturale il nostro comportamento.

    Chiaro che, quanto a produzione culturale, il cane non pu assolutamente piazzarsi al nostro livello, siamo distanti mille miglia; limportante, per, scoprire se almeno una briciola di questa capacit di trasmissione di informazioni per via sociale la si ritrovi anche nella specie canina.

    Ebbene, soprattutto allinterno delle cure parentali che troviamo le maggiori evidenze. Quelle cure parentali che sicuramente rappresentano il momento pi antico, la base di partenza, di ogni fenomeno culturale. Figurativamente si potrebbe dire, al proposito e facendo riferimento alle tante e diverse specie sociali dove compare un poco della capacit di trasmissione, via apprendimento, di informazioni, che si tratta di quei casi in cui la specie non s accontentata di trasmettere sapienza per via genetica (lantica sapienza degli istinti) ma ha voluto integrare quella trasmissione con qualcosaltro. Insomma, la cultura nasce quando i genitori iniziano a trasmettere qualcosa anche dopo, dopo cio che i figli sono stati concepiti e sono nati.

    daltronde divenuto un modo di dire abbastanza frequentato che la prima cultura nasce con le cure parentali. Il che significa che, oltre a nutrimento, calore e protezione, in certi casi i genitori, o almeno uno di essi, ha qualcosaltro da trasmettere. Nella preistoria umana, del resto, ancora non cerano n maestri n pedagoghi e lessenziale arte del cacciare e del raccogliere erano i genitori a trasmetterla, culturalmente, ai ragazzini e alle ragazzine. E lo stesso pu dirsi della gatta, che notoriamente insegna ai gattini come e cosa si preda.

    Ebbene, pi o meno la stessa cosa avviene nelle famiglie di lupi, i progenitori dei cani - anzi, essendo animali sociali, grande spazio dedicato anche allinsegnamento di come si fa a convivere senza conflitti - e, quanto ai cani, senzaltro la madre, sempre attentissima, che tiene docchio i figli mentre giocando apprendono le prime regole della socialit. E se questi sbagliano qualcosa lei interviene, li guida e li corregge. Anche perci buona regola che i cuccioli se ne stiano insieme ai fratelli e alla madre per almeno due mesi e mezzo. noto infatti che i cagnolini svezzati troppo presto e tolti dalla loro famiglia naturale mostrano poi, frequentemente, difficolt nei rapporti sociali con altri cani.

    Al di l della trasmissione sociale intesa come cura parentale, esistono altre evidenze sulla capacit dei cani di trasmettere per via di apprendimento informazioni, soluzioni di problemi, nuovi comportamenti. Attualmente, so che numerosi esperimenti sono in corso e, inoltre, affronter ancora, pi avanti, questo problema, per esempio quando racconter degli straordinari cani mendicanti, o oranti, delle Ande. Mi piace per, fin dora, raccontare questa divertente, ma soprattutto significativa, osservazione, cos come me lha narrata il mio amico prof. Alessandro Finzi delluniversit della Tuscia:

  • Mentre cenavo a casa di un amico, si sentivano dei rumori secchi (crack, crack). Incuriosito, dopo un po ho incominciato a guardarmi intorno e ho visto uno dei cani di casa, un maremmano, che prelevava le nocciole da un vassoio posto su un tavolino molto basso, le spaccava coi denti e se le mangiava. I proprietari mi hanno raccontato che anche loro erano rimasti sorpresi, anche perch inizialmente non riuscivano a capire lorigine del rumore, finch non hanno scoperto che il cane rubava le nocciole e poi, forse per non destar sospetto, se ne andava a spaccarle in unaltra stanza dove hanno trovato una quantit di gusci. Adesso tutti i cani della casa mangiano le nocciole. Allora ho commissionato uno studio presso i miei amici. Il risultato che tutti i cani, pur apparentemente non potendo sentire alcun odore specifico, nel giro massimo di un paio di giorni, e quindi con tempi diversi, imparano a mangiare le nocciole. Idem per le noci.

    chiaro che, non essendo i cani provvisti di specifiche istruzioni innate su come rompere il guscio di noci e nocciole, contrariamente agli scoiattoli, ai ghiri e ai moscardini, in questo interessante caso non pu che trattarsi della scoperta di un singolo (forse stimolata da qualche comportamento umano), che stata poi trasmessa culturalmente agli altri individui.

    daltronde interessante il fatto che, come stato evidenziato, nella maggioranza (85 per cento) dei casi, di fronte a problemi di difficile soluzione, i cani guardano in faccia il padrone ed in vario modo gli si rivolgono sperando in un suo aiuto. E se poi il padrone una dritta gliela d, loro sanno come approfittarne. Ma anche di ci avr ancora occasione di parlare, quando, tra poco, raffronter la mente sociale del cane a quella autonoma del gatto.

    C poi, tra i tanti, un altro fenomeno che pure ha a che fare con la trasmissione sociale di informazioni e che, verosimilmente, potrebbe suggerire lesistenza anche nei cani di quei neuroni specchio presenti e attivi nei primati, o almeno di qualcosa di funzionalmente analogo. Il fenomeno quello che gli etologi chiamano facilitazione sociale e, per i cani, il caso meglio conosciuto e facilmente evidenziabile si ritrova in quelli da ferma, come i pointer, i setter, i bracchi e gli spinoni. la cosiddetta ferma da consenso, che consiste nel fatto che, se un gruppetto di questi cani percepisce, anche piuttosto lontano, uno di loro che, individuata una preda, la sta fermando, subito anchessi si mettono in ferma. Che poi sarebbe quella posa che non a caso diciamo statuaria, dato che tanti scultori lhanno nei secoli fissata nel marmo o nel metallo.

    Eccoci cos giunti al punto 4, che si riferisce allintreccio tra cognizione ed emozioni. E, a proposito di queste ultime, penso sia utile che inizi con qualche considerazione di carattere generale. La nostra specie, quando si tratta di emozioni, ha infatti idee contraddittorie. Innanzitutto ritiene, e spesso non a torto, che vadano in qualche modo controllate. Che se prevale la ragione meglio. Ci perch questultima, rispetto agli impulsi dettati dalle emozioni, risulta pi equilibrata, sensata e ponderata. E ci sarebbe ben poco da argomentare, fin qui, almeno in teoria. Andiamo per avanti col ragionamento, che - spesso e volentieri - prosegue cos: se lasciassimo prevalere le emozioni daremmo spazio alla nostra animalit, ai nostri istinti, a quel tocco di bestiale che purtroppo ancora ci portiamo dentro. E qui s che ci sarebbe da obiettare, ma la vera contraddizione, a ogni modo, questa: che, se da un lato vediamo nel comportamento emozionale un che di animalesco, dallaltro non raramente pensiamo, con risultati catastrofici per quanto concerne il nostro rapporto con le altre specie, che lemotivit sia una nostra esclusiva prerogativa. Ancora molta gente, infatti, si stupisce che gli

  • animali provino emozioni. Sentimenti quali affetto, amore, rabbia e paura sarebbero soltanto nostri. E loro, gli altri animali, praticamente automi.

    E pensare che, per farsi unidea delle capacit emotive non umane, basterebbe possedere un cane e starselo un poco a osservare... Gi, perch una delle principali fonti di informazione sullesistenza e la qualit delle emozioni animali sta proprio nel fatto che esse, in particolar modo nelle specie pi sociali, vengono espresse a livello facilmente percepibile. I sentimenti - che nascono allinterno, che hanno fondamenti neuro-fisiologici - lasciano infatti, anche per motivi squisitamente comunicativi, tracce palesi nei comportamenti. da ci, del resto, che nasce, quando nasce, lempatia.

    Detto ci, ritengo istruttivo riportare la e-mail che, per la cronaca, ho ricevuto esattamente il 10 marzo 2010:

    Gentile Professore, mi rivolgo a Lei per avere un parere qualificato circa una domanda che si posto

    mio figlio di 9 anni e mezzo (quarta elementare):

    Gli animali provano dei sentimenti?.

    Questo il quesito che ci si posti a scuola e in famiglia. Io e mio marito sosteniamo che gli animali (dotati di intelligenza quali scimmie, delfini, cavalli, cani, gatti ecc.) possono provare dei sentimenti, mentre linsegnante di nostro figlio ritiene che non avendo unanima, gli animali sono incapaci di provare dei sentimenti.

    Lei cosa ne pensa?

    possibile che di fronte alla morte di un cucciolo una mamma animale possa provare qualcosa di simile a quello che proverebbe una mamma umana? Se la paura un sentimento, gli animali provano paura?

    Le sar infinitamente grata se ci aiuter a chiarire i nostri dubbi.

    Con stima...

    La lettera, cos pacata ma insieme cos sconvolgente, era ovviamente firmata e proveniva da una grande citt del nostro Nord. Io credo, o almeno spero, con la mia risposta daver aiutato chi lha scritta, e soprattutto quel ragazzino di 9 anni e mezzo, a chiarire i loro dubbi.

    Ci che mi chiedo, e chiedo a tutti voi, questo: mai possibile che qualcuno, osservando il comportamento del proprio cane, possa avere dei dubbi sui suoi sentimenti, sulle sue capacit emotive? Non risultano forse evidenti, osservando un cane, di volta in volta la sua gioia, la sua paura, la sua curiosit, la sua aggressivit, la sua incertezza? Quellincertezza che nasce dallinterno conflitto tra, per esempio, curiosit e paura?

    Eppure, purtroppo, dobbiamo risponderci che s, che possibile, e ci perch noi esseri umani siamo cos condizionati dalla nostra cultura, che non sempre una buona cultura, e cos, se fin da piccoli veniamo indottrinati in modo sbagliato, la forza di questo indottrinamento ingannatorio pu renderci ciechi. Incapaci, cio, di guardare i fenomeni della natura, e non solo della natura, con occhi attenti e mente aperta. Libera, soprattutto, da offuscanti pregiudizi.

    Ma c di pi perch, a far capo dallo splendido e ottocentesco Lespressione delle emozioni nelluomo e negli animali di Charles Darwin per arrivare fino al

  • recentissimo La vita emozionale degli animali di Marc Bekoff, una raccolta straordinaria di dati scientifici sullargomento a disposizione di tutti noi, se solo vogliamo essere informati.

    Detto ci, e per venire al punto, che poi sarebbe quello dellintreccio tra cognizione ed emozioni, esso decisamente presente, e sempre si fa sentire, sia nella nostra specie che in quella canina.

    Mi piace, a questo proposito, citare la significativa frase di Alfred Tennyson, lottocentesco poeta inglese, che cos ebbe a confessare: La scuola nulla mi ha insegnato, non avendo nutrito il mio cuore. Ebbene, esattamente la stessa cosa avviene con i nostri cani, a cominciare da quando entrano, cuccioli indifesi e un poco spersi, nelle nostre case. Loro sono nati per apprendere, prima dalla madre e poi, essendo animali domestici, da noi. Ma ogni istruzione, ogni informazione, dovr necessariamente passare attraverso il canale affettivo. E se loro saranno cani buoni e intelligenti oppure no dipender solo da noi. Anche perch, sempre e comunque, un animale spaventato non apprende nulla.

    Viaggio nella mente del cane (e dintorni). Raccontando lesperimento del detour, dopo che il cane cera rimasto male

    perch il bocconcino era finito fuori dalla sua portata, ho continuato affermando che comunque sapeva quasi subito risolvere il problema girando, appunto, attorno a una delle due pareti di plastica. Anzi, non ho scritto quasi subito, ho preferito scrivere dopo un piccolo spazio temporale su cui dovr tornare. Ebbene, questo il momento di tornarci su, su quel misterioso spazio, e spiegare cosa mai succede in quel piccolo intervallo temporale.

    Ricordate? Allora parlavo della mente del cane raffrontata a quella umana; ora invece mi utile confrontare la mente del cane con quella del gatto. facendo cos, e cio passando dalluna allaltra specie, che capiremo veramente come funziona la mente del cane.

    C, infatti, una sostanziale differenza tra il comportamento del gatto e quello del cane di fronte al problema del detour. Il gatto, semplicemente, dopo quel fatidico ci resta male risolve subito il problema; il cane, invece, quasi subito. E sapete cosa fa in quel piccolo spazio temporale che si piazza tra il ci resta male e lesecuzione del detour? Ricordo al proposito un esperimento filmato alluniversit di Lipsia, dove si vedeva un bel labrador che, avendo seguito il bocconcino che, trascinato dalla solita cordicella, gli sfuggiva davanti fino a mettersi al di l dellinvalicabile ostacolo, poi se ne stava fermo come un salame semplicemente uggiolando, muovendo incerto la coda e, soprattutto, puntando il muso dove intuiva fosse nascosto loperatore, che ovviamente non poteva, secondo la norma sperimentale, fornirgli alcuna indicazione.

    Quel labrador, era palese, stava chiedendo un aiutino.

    Perch cos lavora la mente sociale del cane. La sua primaria strategia di soluzione di problemi infatti di vedere un po cosa gli comunicano gli altri membri del gruppo. E sempre le solite parole vengono in mente: collaborazione, coordinamento, altruismo. E potrei anche usarne unaltra: gerarchizzazione. Il cane infatti, in presenza di esseri umani, si aspetta sempre un ordine, per dolce che sia. Guardando quel labrador, infatti, si aveva chiara la sensazione che non si

  • fosse nemmeno posto il problema, ma che piuttosto sattendesse da quellessere umano al di l dellapparato unindicazione che in qualche modo gli dicesse: certo, gira intorno, di l. Come con ogni probabilit sarebbe successo se non si fosse trattato di un esperimento.

    Che il cane sappia sbrigarsela anche da solo di fronte a problemi di detour ampiamente provato, ma per molti cani la soluzione autonoma solo la seconda opzione, quella che viene subito dopo aver tentato con lausilio sociale. Daltronde come potrebbe stare al mondo un animale come il lupo, da cui il cane direttamente deriva, se non potesse districarsi nel complesso territorio in cui vive? Le mappe mentali sono ovviamente il suo forte, e sa fare questo e altro.

    Vivo a Venezia ormai da una ventina danni e questa meravigliosa citt , si potrebbe dire, un laboratorio naturale per esperimenti di detour, con i suoi tanti canali e i suoi pochi ponti. un divertimento stare a vedere come gli ormai pochi cani lasciati liberi sappiano districarsi facendo percorsi complessi semplicemente per raggiungere qualcosa che si trova a pochi metri da loro, ma sullaltra riva, al di l di un canale. La faccenda pertanto semplice: il cane ha una mente sociale, il gatto ne ha una individuale, autonoma. Ragiona di pi con la sua testa, il gatto. E, come sempre, le spiegazioni vanno ricercate nella storia evolutiva. Perch se il cane deriva dal lupo, per cui la muta tutto, il gatto domestico deriva dal solitario e scontroso gatto selvatico. Meraviglioso e misterioso personaggio che fa sempre tutto da solo.

    Detto ci, non si deve per neanche credere che il cane, al di fuori da ogni socialit, sia un incapace. Tuttaltro. Ho assistito a tanti esperimenti in cui si chiedeva, in parallelo, la soluzione individuale di un problema a un cane e a un gatto. Ebbene, quasi sempre il confronto finiva in parit. Ricordo lesperimento in cui si chiedeva a questi animali di riuscire a ottenere un bocconcino irraggiungibile traendo verso di s un tappetino, su cui il bocconcino era posato, con le zampe anteriori. Volendo, e in mancanza di meglio, un semplice caso da risolvere per tentativi ed errori. Ebbene, sapevano risolverlo egregiamente ambedue le specie, anche se ho notato nel cane una maggiore irruenza, nel gatto una maggior tendenza ad una cauta ispezione preliminare, direi quasi alla meditazione, alluso del pensiero. In altre parole, il cane (era un bassotto) cominciava subito, con irruenza, a fare mosse come se volesse scavare; poi, notato che cos facendo il tappetino si spostava, comprendeva rapidamente la soluzione ed il suo comportamento diveniva subito mirato nella sua intenzionalit. Quanto al gatto, il primo approccio era quello di girare intorno allapparato che impediva lestrazione, poi timidamente toccare il tappetino con una zampa facendolo muovere e, anche in questo caso, scattava in fretta lilluminazione. Insomma, il risultato era il medesimo, ma la strategia no, anche se bisogna dire che forse, se invece di un bassotto si fosse trattato di un cane di unaltra razza, un cane un po pi calmo e pensoso come potrebbe essere un golden, un labrador, un terranova, forse il risultato sarebbe stato diverso. O forse anche se si fosse usato un cane maturo, ricco desperienza. Ma ci, in quelloccasione, non venne fatto.

    Sempre a proposito di mente canina, pi o meno sociale, pi o meno attenta, cio, a guardare ci che fanno altri individui, umani o canini, esistono due interessanti ricerche di Sarah Marshall-Pescini e collaboratori (Agility and search and rescue training differently affects pet dogs behaviour in socio-cognitive tasks e Does training make you smarter? The effects of training on dogs performance in a problem solving task, ambedue pubblicate in Behaviour al

  • Processes) che chiaramente dimostrano come lattenzione per gli altri dipenda anche, e non poco, dalle esperienze vissute. Lattenzione alla ricerca di esempi positivi pu crescere o diminuire a seconda delle competenze individuali acquisite o, in alternativa, dal frutto ricavato tenendo docchio il comportamento di altri esseri.

    Ora, dopo tutta questa scienza, consentitemi di raccontarvi un aneddoto personale. Passeggiavo per una calle veneziana preceduto da Orso, il mio vecchio cane. Era tre o quattro metri davanti a me e stava pensando agli affari suoi quando, dun tratto, s messo a fiutare laria. Ha alzato la testa, s sollevato sulle zampe posteriori poggiandosi a un muro e come se niente fosse ha scovato, sul davanzale di una finestra del pianterreno, un pezzo di pizza abbandonato. Sono fantastici i cani, quanto a olfatto sentono tutto.

    Mentre Orso masticava, il piccolo episodio mha fatto ripensare a cosa deve aver significato, per una specie come la nostra, il loro addomesticamento. La nostra specie di allora, intendo, cio quando gli uomini vivevano tutti una vita da cacciatori-raccoglitori. Immensa devesser stata la differenza tra lavere o il non avere un cane come compagno di caccia. A parte il fatto che la preda la inseguiva e la fermava, cera, in quel miglior amico appena scoperto, il plusvalore dun olfatto strepitoso, che percepiva la selvaggina da segnali minimi e poi la sapeva stanare anche seguendo piste veramente flebili. Lavere acquisito luso di quel supernaso signific, per quegli uomini che vivevano di caccia, una moltiplicazione straordinaria della loro produttivit. La nostra evoluzione biologica ci aveva infatti costruito provvisti di unottima vista e dun udito eccellente ma, quanto a naso, decisamente scarsi; laddomesticamento del lupo ci regal, tra le altre cose, anche il servizio di un organo insieme raffinato e potente. Usando le parole della scienza: eravamo per natura microsmatici, la cultura ci ha reso, per mediata persona (lex lupo), macrosmatici.

    Storia vecchia, quella, ma non finita. Faccio un salto di ben pi di diecimila anni e considero il cane nellattualit. Il che vuole dire, oltre che dellolfatto, parlare anche della sua specialissima mente. Perch luomo, regalandosi il cane, non ha solo acquisito un olfatto strepitoso ma, potrei dire, un olfatto intelligente e collaborativo. Perch questo , nel senso pi generale, il cane. M capitato recentemente di seguire il lavoro di un cane poliziotto che doveva scegliere, tra numerosi oggetti, di cui alcuni messi come controllo, quello effettivamente usato da un uomo nel corso di unazione delittuosa. Per spiegarmi meglio: uno scassinatore aveva abbandonato sul luogo del delitto quellarnese metallico che si chiama piede di porco, essenziale ferro del mestiere per chiunque faccia quella professione non proprio nobile. Occorreva dimostrare che le tracce odorose lasciate erano di quelluomo. Cos una serie di ferri analoghi era stata proposta al cane, un bellissimo pastore tedesco tipo commissario Rex. Naturalmente, tra questi, era celato anche quello incriminato. Il cane, dopo aver fiutato qualcosaltro maneggiato dal sospetto, aveva il compito di scegliere tra quei ferri, se mai cera, quello che portava la medesima traccia odorosa. La traccia cera e il cane, in una serie di prove successive, mai sbagli nellidentificare lattrezzo incriminato. E fin qui tutto bene, anzi benissimo, perch aveva fatto il suo lavoro. Cera qualcosa in pi, per, osservando il rapporto tra quel cane ed il suo addestratore (ma potrei anche dire, pi semplicemente, il suo padrone). Cera un palese desiderio di collaborare, cera divertimento. Cera, infine, il piacere della carezza ricevuta. E questo il cane, perch a lui piace lavorare in gruppo, se possibile gioiosamente, e soprattutto gode se lodato.

  • Perch il cane, appunto, un animale socialissimo. Lo , si potrebbe dire, per necessit, proprio perch discende dal lupo e questo animale selvaggio si realizza soltanto allinterno della sua muta. Ogni sua azione comunicata, condivisa, coordinata. Basterebbe guardarlo mentre preda. Ognuno recita la sua parte, dallidentificazione della vittima designata allinterno della mandria di erbivori allaccerchiamento, allattacco, alla spartizione della carcassa.

    Se poi, dalla predazione lupesca, si passa al lavoro del cane da pastore, ben poco cambia. Il rapporto, in questo caso, tra un uomo e, a seconda dei casi, uno o pi cani, ma il comportamento di questi ultimi per buona parte omologo a quello dei lupi predanti. Ed una storia piuttosto interessante, questa. Dir del border collie, uno dei cani da guida del gregge pi noti.

    Il border, quando guida le pecore, si atteggia in un modo caratteristico che gli etologi hanno riconosciuto come un comportamento predatorio bloccato nella sua fase iniziale. Esattamente quello dellantenato lupo quando cautamente si avvicina alla preda, le gambe un po piegate, la coda bassa, lo sguardo attento e fisso. Tale atteggiamento funzionale alla guida delle pecore perch queste lo colgono e, in risposta, si compattano luna accanto allaltra. Una risposta di difesa antipredatoria. Il cane cos pu, con piccoli movimenti, guidarle senza mai venire in contatto fisico col gregge. I pastori, infatti, dicono che il border collie guida le pecore semplicemente con lo sguardo.

    E fin qui vi ho detto del rapporto tra pecore e cane, basato su comportamenti e messaggi per buona parte innati e su ci ritorner scrivendo di evoluzione delle razze, ma la mente del cane, la sua consapevolezza, la sua intelligenza, la sua capacit di cogliere segnali e di eseguirli, emerge nel rapporto col padrone. Perch questultimo che comunica al cane le istruzioni su cosa deve fare. Usa di norma parole oppure fischi e pertanto si potrebbe in definitiva affermare che il border collie addestrato conosce, oltre a quella canina, due altre semplici lingue, ciascuna fatta di sei parole o, in alternativa, di sei fischi. Esattamente: una parola (o fischio) che significa guarda dietro, utile per verificare se qualche pecora s allontanata dal gregge; una seconda (o fischio) che significa vieni qui, una terza (o fischio) che significa vai da destra a sinistra; una quarta (o fischio) che significa vai da sinistra a destra; una quinta (o fischio) che significa muoviti adagio; una sesta (o fischio) che significa frmati.

    Il border collie, in fin dei conti, come se fosse una centralina che da un lato sta in contatto, piuttosto istintivamente, con le pecore, dallaltro riceve comunicazioni dal padrone. Comunicazioni, o se volete ordini, che poi mette prontamente in atto. Ed in questa seconda parte comunicativa che salta fuori tutta lintelligenza, la capacit di apprendimento, la straordinaria socialit del cane.

    Padrone, questa notte ti ho sognato. I cani non usano parole umane, ma se le usassero, una frase cos forse il mio

    Orso potrebbe anche concepirla, pensarla, comunicarmela.

    Fantasia? Certo, fantasia, pura fantasia. So per che luniverso canino piccolo, un mondo in cui si muovono pochi personaggi, alcuni dei quali, tra laltro, molto amati, soprattutto molto presenti nei loro pensieri. inoltre un mondo, solitamente, di pochi luoghi, di cui per i cani san tutto e tutto ricordano, anche a

  • distanza di grandissimo tempo. Anche perci tanto ci stupisce la loro imbattibile memoria.

    Poi, a rendere la mia fantasia un poco verosimile, c di pi: i cani sognano.

    Vediamo dunque cosa si sa, in generale, su questo affascinante argomento.

    Praticamente tutti gli animali dormono, ma non tutti sognano.

    Se sognare essere svegli altrove, come ormai appurato, occorre infatti che questo altrove esista, e non pu essere che in quellessenza vaga ma concreta che convenzionalmente chiamiamo mente.

    Sognare pertanto unesperienza che condividiamo con altri animali, tra cui i nostri domestici. Ma se ogni essere umano ha esperienza dei propri sogni, ricordando le avventure che ha vissuto, i sentimenti che ha provato in quel mondo mentale staccato e misterioso, per conoscere qualcosa delluniverso onirico delle altre specie occorre percorrere differenti tragitti. Chi possiede cani sa bene che questi ogni tanto si agitano nel sonno, ringhiano o scodinzolano o, ancora, guaiscono. Accennano a movenze che alludono a giochi, aggressioni, predazioni. La deduzione, per la gente comune, scontata: stanno sognando.

    Questa la strada del buon senso: luso a fiuto delle analogie. Esistono per, a consolidare le nostre certezze, altri approcci conoscitivi e, dato che trascorso poco pi di mezzo secolo - era il 1953 - da quando Eugene Aserinsky e Nathaniel Kleitman annunciarono la scoperta del sonno REM (Rapid Eye Movement), il sonno di quando si sogna, tanto vale partire da questo importante fenomeno, anche perch lalternarsi tra veglia e sonno viene riflesso dal tracciato elettroencefalografico. Ebbene, i due studiosi descrissero la comparsa, raggiunto il sonno pi profondo, del tipico tracciato dellattenzione; contemporaneamente, sotto le palpebre abbassate, gli occhi si muovono rapidi. Se, a questo punto, svegliamo il soggetto dormiente, questi ci informa che stava sognando. E il fenomeno non solo umano. Oltre ai cani, anche i gatti, le scimmie e tanti altri mammiferi e uccelli effettivamente presentano, mentre apparentemente stanno sognando, i movimenti oculari e lelettroencefalogramma di quando si sogna.

    Eppure durante il sogno il sonno profondo. Cade completamente il tono muscolare e, pur manifestandosi lattivit cerebrale tipica dellattenzione, il risveglio dovuto a stimoli esterni difficile. come se, mentre sogniamo, fossimo svegli altrove. Chi sogna, pur essendo dissociato dal suo ambiente, concentrato su immagini immagazzinate nella memoria.

    Una recente modalit dindagine che consente addirittura di esplorare il contenuto stesso dei sogni la registrazione in vivo dellattivit neuronale. Ci pu attuarsi con la PET (Tomografia ad Emissione di Positroni) e altre tecniche non invasive o scarsamente tali, comunque mai dolorose, che evidenziano lattivazione o meno dei neuroni deputati a un comportamento specifico, nelle fasi REM e nREM (sonno senza sogni). Palese lutilit di questo tipo di analisi per verificare come anche certi animali vivano nel sogno esperienze che possono essere precisamente identificate, anche perch corrispondenti ai comportamenti che in parallelo possono essere osservati.

    Pur essendo i progressi scientifici relativi allattivit onirica considerevoli, ancora non esiste una vera concordanza dopinioni sul significato e la funzione dei sogni. C chi prospetta uninterpretazione funzionale, associando sogno e memoria, e si fonda su certi esperimenti davvero interessanti che dimostrano

  • come certi animali ripassino consolidandole le informazioni che hanno appena appreso. Per esempio i diamanti mandarini, che sono dei piccoli uccelli passeriformi, memorizzano sognando i motivi in cui si sono cimentati il giorno prima; mentre i ratti, quando dormono, ripercorrono il tragitto del labirinto in cui da svegli hanno tentato di orientarsi. C poi unaltra ipotesi, detta non adattativa, che considera invece i sogni come dei semplici residui, totalmente privi dogni funzione, dellattivit mentale svolta durante la veglia. Detto delle due ipotesi interpretative, cui i proponenti, com ovvio, rimangono molto attaccati, c da aggiungere che, verosimilmente, esse possono benissimo convivere, nel senso che, di volta in volta, pu prevalere, nel sonno REM, la funzione adattativa oppure laltra. Il fatto cio che i sogni, talora, non abbiano alcun manifesto significato funzionale.

    Nidiacei e cuccioli dormono pi degli adulti, soprattutto se nascono immaturi: un cagnolino od un gattino di una settimana trascorrono in fase REM il 90 per cento del tempo. Prede facili hanno brevi fasi REM, dormono a intervalli e complessivamente meno dei carnivori o di animali di grossa taglia, che presentano fasi consistenti di sonno REM. Specie molto immature alla nascita conservano anche da adulti lunghe fasi REM. Balene e delfini, che hanno uno dei pi elevati rapporti encefalo/massa corporea e grandi prestazioni intellettive, ma partoriscono piccoli gi maturi, hanno fasi REM molto ridotte o assenti (solo 10 minuti su 10 ore di sonno in Tursiops truncatus). Tra i mammiferi, il campione di sonno REM il primitivo ornitorinco (8 ore di sonno REM su un totale di 14). Nellopossum, un marsupiale che partorisce piccoli molto immaturi, le fasi REM rappresentano un terzo delle sue 18 ore di sonno.

    La specie umana su 8 ore di sonno ne presenta 2 in fase REM. Se avete trentanni e siete nella media avete sognato per circa 1000 giorni, cio due anni e mezzo della vostra vita.

    I cani comprendono le parole, i gesti, le espressioni. Fino a pochi anni fa non lavevo notato, poi ho cominciato a badarci. vero, se

    un cane vicino al padrone non fa che guardarlo in viso. Alza continuamente il muso e ne studia lespressione. A farmi fare questa in verit piuttosto dilettantesca osservazione stato un filmato e, soprattutto, una ricerca (ambedue di qualche anno fa) con cui sera dimostrato in modo stupefacente che i cani sanno interpretare, con grande raffinatezza, gli sguardi dei loro padroni. Era cos possibile dare indicazioni ammiccando o muovendo gli occhi nelluna o nellaltra direzione. Questa scoperta, tra laltro, dette il via a tanti altri esperimenti, che permisero di appurare come i cani sappiano usare anche altre nostre indicazioni. Scoprire per esempio un cibo nascosto se a segnalarlo un dito puntato od un movimento del capo. E, sempre a proposito di movimenti del capo, apprendono facilmente che, se lo muoviamo orizzontalmente, vogliamo dire no, se verticalmente, s.

    Lultima ricerca - almeno finora - pubblicata su Animal Cognition (gennaio 06) da J. Riedel, D. Buttelmann, J. Call e M. Tomasello dellistituto Max Planck di Lipsia, focalizza lattenzione su un aspetto diverso, seppure collegato: luso comunicativo che, questa volta, pu assumere un oggetto usato dalluomo per fornire indicazioni. Gli autori hanno compiuto esperimenti su sessantaquattro individui, in

  • parte meticci e in parte di varie razze, evidenziando che i cani possono effettivamente comprendere il contenuto simbolico di un oggetto (nellesperimento si trattava di una spugnetta) arbitrariamente scelto. Ci avviene sia che:

    loggetto venga mostrato contemporaneamente allindicazione, fatta puntando un dito nella direzione in cui il cane deve andare a cercare il cibo;

    il cane veda laddestratore deporre loggetto dove il cibo era stato in precedenza nascosto;

    lanimale scopra la semplice presenza delloggetto. Non occorre molto insegnamento, insomma, perch un cane percepisca,

    attraverso lesperienza, il contenuto informativo di un certo oggetto. A complemento e ampliamento di quanto detto fin qui, mi piace citare anche due casi assai speciali documentati in un filmato, realizzato con la consulenza dello stesso istituto Max Planck e delle universit di Kiel e di Budapest, dedicato alle capacit cognitive di cani e gatti (Hund oder Katze - wer ist klger?).

    Il primo offre ulteriori informazioni relativamente ai messaggi provenienti dallo sguardo umano. Alcuni cani (pochi per la verit) possono addirittura raggiungere la consapevolezza che, se laddestratore ha gli occhi chiusi, non pu vederli. A questo punto, dopo essere passati attraverso un evidente (e piuttosto divertente) conflitto motivazionale, vanno, disubbidendo a un inequivocabile ordine, a prendersi un bocconcino posato in bella vista sul pavimento. In parole povere approfittano del vantaggio di sapere di non essere pi sotto lattento controllo visivo del padrone. Il che, chiaramente, non cosa da poco ma daltronde, ormai lo sappiamo, anche la mente canina tuttaltro che cosa da poco.

    Consentitemi, comunque, di raccontarvi nel dettaglio quel curioso conflitto motivazionale cui va incontro il cane sapendo che il padrone, avendo gli occhi chiusi, non pu vederlo, e cos prende il coraggio a quattro zampe e decide di disubbidire.

    Provo a descrivere la scena anche se, certo, vedere il filmato unaltra cosa. Comunque il cane, un grosso meticcio, l, seduto. Glielha chiesto la sua padrona. E anche questultima l, a due passi, piazzata su una seggiola. Se ne sta, stranamente, con gli occhi chiusi e il cane se n reso conto. Poi, un po pi in l, c - ce lha messo la padrona-addestratrice - un ghiotto bocconcino che il cane guarda con lacquolina in bocca. Perch sa anche, perfettamente, che gli stato ordinato di non muoversi. E lui un bravo cane e di solito ubbidisce, ma questa volta sa che la padrona non pu vederlo. Che fare allora? Andare, disubbidendo, a mangiarselo, oppure no? Lincertezza (il conflitto motivazionale) evidente: il cane continua a spostare lo sguardo dalla padrona al bocconcino. Non sa proprio che fare. Si gratta un po ( quella che gli etologi chiamano unattivit di sostituzione), poi si alza in piedi, si sposta di poco in direzione del bocconcino, tenendo per, continuamente, docchio la padrona. Poi si risiede, riprende a grattarsi. Un poco di saliva gli cola dalle labbra. Controlla per lennesima volta gli occhi della padrona, che sono sempre chiusi. Infine, di colpo, prende la decisione: salza - scodinzolando un poco - e con quattro passi veloci raggiunge quella golosit e rapidissimamente linghiotte. Fine del conflitto. Ha vinto la gola, ma il cane sa bene di averla fatta grossa. Basta vederlo come sallontana mogio. E qui, logicamente, dovrei parlare anche di senso di colpa, tema che, vedrete, mi mette sempre in difficolt. Ma questo lo imparerete pi avanti.

  • C una continuazione a questa storia del cane che sapeva se gli occhi della sua padrona-addestratrice erano aperti oppure chiusi, e cosa ci avrebbe potuto significare. A forza di guardare il filmato mi sono infatti accorto, seppure con un ritardo un poco fastidioso, del momento preciso in cui il cane risolve il suo conflitto motivazionale e decide di fare la monellata. Facile in realt, perch in quel momento che salza in piedi per avvicinarsi al bocconcino e mangiarselo. Ma soprattutto in quel momento che inizia a scodinzolare. Una scodinzolata breve, pochi secondi, ma come se il cane, in quellistante, avesse pensato: vada come vada ho deciso, che sollievo! E, appunto, a sottolineare il sollievo per la soluzione del conflitto, la scodinzolata.

    C dellaltro per, perch ormai sappiamo che i cani hanno due modi per scodinzolare: lo hanno dimostrato nel 2007 tre studiosi italiani, A. Quaranta, M. Siniscalchi e G. Vallortigara, e pubblicato su Current Biology con il titolo Asymmetric tail-wagging responses by dogs to different emotive stimull. Si tratta di questo: lo scodinzolare dei cani rivela le loro emozioni. Se la coda vira leggermente a destra perch il cane tende ad avvicinarsi bonariamente a qualcosa o a qualcuno, mentre se vira a sinistra indica la presenza di una componente di paura, come in presenza di un possibile pericolo. Tale differenza, ovviamente, segnala in questi animali lesistenza di unasimmetria funzionale tra i due emisferi cerebrali.

    Saputo di questa scoperta, m venuta, ovviamente, una gran voglia di riguardare il filmato per cercare di capire se quel cagnone scodinzolasse destro oppure mancino. Considerata la monellata appena fatta ci sarebbe stato da aspettarsi, immagino, il viraggio verso sinistra, e cio un piccolo segno di paura. E cos ho guardato e riguardato, ma quel filmato, chiaramente, ripreso comera da un lato, non mha regalato alcuna certezza. Ho poi discusso, recentemente, con Giorgio Vallortigara, e lui assai gentilmente mi ha spedito alcuni filmati originali dei loro esperimenti, dove tutto si vede benissimo, e si comprende. Cos, almeno, grazie a Giorgio posso ora regalarvi questinformazione in pi riguardo allo scodinzolare dei cani. E, se volete, anche questa curiosit (sempre suggerita da Vallortigara): i cani sapranno cogliere la differenza osservando questi due modi di scodinzolare? Lasimmetria tra gli emisferi ha cio prodotto due differenti segnali comunicativi?

    Secondo me, ma tiro un poco a indovinare, o questa capacit discriminante comparsa nel lupo, e il cane lha semplicemente ereditata dallantenato, oppure niente da fare. Mi risulta infatti difficile pensare che nei quindicimila anni da quando avvenuto laddomesticamento, e sotto le sempre pi forti pressioni selettive prodotte dalluomo, abbia potuto evolversi una capacit comunicativa insieme cos raffinata e cos poco utile per luomo stesso. Staremo a ogni modo a vedere, perch gli studiosi del comportamento canino stanno lavorando a pieno ritmo, in questi ultimi anni.

    Eccovi ora il secondo caso di un pastore belga che ha appreso a mostrare al padrone oggetti simbolicamente rappresentanti certe sue necessit (voglio uscire, voglio giocare, voglio bere, sono stanco: voglio smettere di lavorare). Ma questo solo linizio, perch, una volta compreso questo sistema comunicativo, lo straordinario animale, sorprendendo tutti, prese sua sponte questa incredibile iniziativa: scelse un oggetto (un contenitore per pellicola fotografica) per comunicare qualcosaltro, e cio la sua incapacit ad eseguire un ordine. Ormai normalmente mostra al padrone il contenitore se un ordine lo mette in imbarazzo.

  • Un esempio: se il padrone gli dice di portargli le chiavi e lui saccorge che non pu raggiungerle perch sono localizzate troppo in alto, gli porta invece il contenitore. E, lha imparato, anche una richiesta di aiuto. Che quelloggetto possa essere in qualche modo analogo a una parola non potrei affermarlo con certezza, immagino che dipenda, come sempre, dalla definizione che si ha in mente. comunque straordinario che quel minimo lessico familiare sia stato ampliato per iniziativa dello stesso cane.

    Infine, considerando in unottica comparativa le sopradescritte capacit, gli studiosi hanno evidenziato che, mentre i cani, anche se cuccioli, sanno facilmente e pressoch spontaneamente comprendere le indicazioni provenienti dalla nostra mimica e dai nostri sguardi, ci risulta sempre difficile, spesso impossibile, non solo per gatti, scimpanz ed oranghi, ma perfino per i lupi, che pure dei cani sono i diretti progenitori e sono anchessi socialissimi. Eppure la speciale attitudine a unattenzione mirata allespressivit del nostro volto si sarebbe evoluta solo dopo laddomesticamento, in funzione della nuova socialit che da allora ci coinvolge. Perci ci guardano in faccia. E ci capiscono.

    Affrontiamo, ora, labilit che il cane pu acquisire di comprendere parole umane. Trattando della mente canina, ho gi anticipato del piccolo vocabolario (solo sei parole) necessario al cane da pastore perch possa fare il suo intelligente mestiere. Dir ora di Rico, anchesso un cane da pastore, un border collie che, stato dimostrato coi crismi della scienza, comprende in modo qualitativamente ben pi raffinato, e quantitativamente ben pi considerevole, il significato delle nostre parole. veramente bravo spiega Julia Fischer dellistituto Max Planck di Lipsia, che lha studiato, perch capace di imparare in fretta i nomi nuovi delle cose che gli mostro. Apprende associando il nome alloggetto che gli faccio vedere, esattamente come farebbe un bambino.

    Il suo vocabolario ha ormai raggiunto le duecento parole, ma si prevede aumenter. Sa effettuare collegamenti tra nomi e oggetti, scegliendoli tra molti altri che gli vengono contemporaneamente presentati. Comprende non solo parole, ma semplici frasi tipo Metti i giocattoli nella scatola o Porta il giornale al nonno.

    Largomento davvero affascinante, ragioniamoci un po.

    Rico, come sappiamo, un cane da pastore. Lho gi detto, nessun cane di questa razza potrebbe svolgere il suo complesso lavoro se non sapesse interpretare ordini che possono s essere parole, ma anche fischi, gesti, in ogni caso segnali con un preciso significato. Il cane da pastore, se losservate mentre lavora, sembra una centralina: riceve ordini e li trasmette al gregge, che esegue. Sa, per esempio, fare attraversare un ponte a un centinaio di pecore o suddividerle in gruppi, capace di isolare una pecora dalle altre, e cos via. Il fatto che il cane deriva dal lupo, un animale intelligente e sociale. Come potrebbe un lupo collaborare allinterno della muta, se non fosse in grado di percepire dai suoi simili segnali dai precisi contenuti? Certo, in questo caso non saranno parole, saranno segni assai diversi, ma a questo livello la differenza non poi cos importante.

    In verit ogni animale sufficientemente sociale non pu non avere abilit comunicative, e non mi riferisco solo a delfini, scimpanz e pappagalli. Penso anche ad api e formiche che pure, quanto a linguaggio, non scherzano. Mi viene

  • da commentare, parafrasando un vecchio modo di dire proprio del giornalismo: la zoosemeiotica, bellezza!

    Tornando al cane, che sappia associare suoni a oggetti o azioni rientra nelle sue capacit di apprendimento e sensoriali. Lo stesso vale per quella di comprendere, se ben addestrato, un consistente vocabolario di vere parole umane, anche perch possiede una memoria formidabile. Detto ci, sembrerebbe che gli esperimenti di Lipsia abbiano dimostrato una cosa ovvia, ma non affatto cos, perch quei risultati rappresentano unefficace via per penetrare nella mente canina.

    Se si ordina a Rico di prendere un oggetto semplicemente nominandolo, e il cane esegue lordine, ci infatti dimostra la sua capacit di raffigurarsi un oggetto non concretamente presente. Il che vuol dire che in grado di pensarlo. Dimostra inoltre, se sollecitato a ricuperarlo, di sapere proiettare il suo comportamento in un vicino futuro.

    Ma Rico sa fare di pi. Sa trarre logiche deduzioni, perch di questo si tratta quando, sentendo una parola che non conosce, va a prendere un oggetto ignoto tra i tanti noti che gli sono stati messi a disposizione.

    I cani associano dunque significati a parole (comunque a segni) come fanno i bambini piccoli. Questa la via normale per apprendere un linguaggio, ma se si tratta di quello umano allora questo rappresenta solo il primo passo, perch la nostra comunicazione complessa e piena di significati. I linguisti ci insegnano che loperazione del parlare decisamente pi raffinata di ogni altra forma di comunicazione. Implica elevate capacit, come luso della grammatica e della sintassi, nonch quella cognitiva di produrre concetti astratti e generalizzazioni, di cogliere sfumature simboliche e cos via. Assurdo aspettarsi che un cane sappia fare tutto ci, perch un cane non un uomo. Non possiamo dimenticarci che il lupo, da cui il cane deriva, ha percorso un tragitto evolutivo diverso, che lha reso adatto per un altro ambiente, unaltra vita. Il lupo, e con lui il cane, che pure un altro passo evolutivo con laddomesticamento lha compiuto, non sono dunque meno evoluti di noi, semplicemente lo sono in modo diverso.

    E badi bene, il guinzaglio non un giocattolo! Cos disse, anzi intim la brava allevatrice da cui andammo a prelevare Orso,

    appena compiuti i suoi tre primi mesi. Era una dolcezza bionda e un poco spersa, Orso. Quanto allallevatrice, che pure era una bellezza bionda, non era spersa per niente e tra le tante istruzioni che ci regal cera appunto anche questa, che , tutti direbbero, sacrosanta (nonch lapalissiana): il guinzaglio non un giocattolo!

    Gi, parole veramente sagge. Ma se, invece e disgraziatamente, a noi non piacesse per niente essere saggi?

    Cos per Orso il guinzaglio fu, devo ammetterlo un poco vergognandomi, soprattutto un giocattolo. Anche considerato il fatto che lui, nella sua lunga vita, stato, e felicemente continua ad esserlo, soprattutto libero.

    stato un male - ancora mi chiedo - aver mantenuto, per questoggetto sicuramente utile, lambiguit gioco-non gioco? E, dopo tanti anni da quel fatidico giorno, ancora mi rispondo di no. Non fu un male perch Orso seppe fin da subito

  • comprendere, senza alcuna fatica, la duplicit duso di quello strano aggeggio che sempre ci accompagna nelle nostre passeggiate.

    Ed proprio questo, no?, il bello dei cani, che da loro si pu ottenere, e con facilit, molto di pi intellettualmente se non li si considera come semplici macchinette viventi, capaci solo di rispondere in maniera sensata associando risposte prefabbricate a premi o a punizioni.

    I cani hanno una mente assai fina, non dimentichiamolo, e ci li rende ben pi raffinati, complessi e affascinanti se gli insegniamo a usarla, la loro bella mente.

    Occorre darle spazio, per, fino da giovani. Farla esercitare e farla crescere. Farle acquisire anche responsabilit e autonomia. Anche coi cuccioli umani, del resto, occorre fare cos.

    Tornando a noi, Orso ha fatto in fretta e ha capito perfettamente quando il guinzaglio devessere solo un guinzaglio, e allora non si sogna di usarlo come gioco. Se glielo aggancio al collare, mentre stiamo passeggiando, non fa una piega. Per, siccome di solito mi segue, o mi precede, libero, quando saccorge che lo metto al guinzaglio si incuriosisce e si chiede cosa mai stia succedendo. Si guarda intorno e di solito capisce, e subito, il motivo.

    Motivo che pu essere: perch da qualche parte sta arrivando un vigile. E allora noi, col guinzaglio che ci unisce come se ci tenessimo per mano, facciamo finta di niente, come se veramente fossimo brave persone ligie al rispetto delle leggi. Non si pu, daltronde, continuare a combattere come Don Chisciotte, e nemmeno continuare a pagare (schei xe schei, dicono qui a Venezia) multe sempre pi salate. Oppure, altra possibile risposta, il guinzaglio gli viene agganciato perch stiamo per incontrare uno di quei cani che, poveretti loro, essendo stati sempre, appunto, tenuti al guinzaglio, sono cresciuti un po troppo aggressivi. Orso, con loro, pu comportarsi in due modi. O nemmeno li guarda, il che pi semplice per tutti, oppure emette la sua abbaiata dordinanza, per onore di firma si direbbe, e poi tira dritto come niente fosse.

    Quanto al guinzaglio inteso come gioco, a volte Orso che mi chiede di usarlo cos, e io se posso laccontento. E i giochi principali sono due: il primo che lo getto lontano e lui corre a prenderlo; laltro invece il classico tiro alla fune, che pure gli piace moltissimo. Ma il bello che, e ci mi d una grande soddisfazione, se gli dico adesso basta, finito, lui smette subito. Orso , a suo modo, un cane ben educato. Molto a suo modo, naturalmente.

    Dimenticavo una cosa: non di duplicit duso avrei dovuto parlare, perch ce n anche un terzo, di uso, per il nostro guinzaglio.

    Quando infatti stiamo per salire in vaporetto faccio passare la parte terminale del guinzaglio, cio la manopola, sotto il collare e questa, quando rispunta dallaltra parte, viene indossata dal muso di Orso. La maniglia, cio, recita la parte, con un po di buona volont da parte di tutti, marinaio incluso, della museruola.

    Sono certo che Orso non abbia mai capito - e come avrebbe potuto? - il vero significato di questo strano rito. A ogni modo non solo lo sopporta ma, rassegnato, quando sta per salire in vaporetto addirittura lui che volge il muso verso di me per facilitarmi nellopera. Chiss cosa pensa. Forse che la manopola messa cos significa: abbonato! Scherzo, naturalmente.

  • E, sempre a proposito di museruole (strumenti tra laltro tristissimi perch i cani normali mai dovrebbero sentire il desiderio di mordere) mi preme ricordarvi - finalmente unistruzione pratica, da manuale del bravo padrone - che le museruole possono, se mal usate, trasformarsi in oggetti pericolosi. Per due motivi: il primo perch i cani per termoregolarsi usano soprattutto, quando c caldo, iperventilarsi. Devono cio respirare a pieni polmoni, con la bocca spalancata e con la lingua tutta bella esposta. Se invece hanno il muso costretto da una di quelle museruole dette a fettuccia, possono stare malissimo. Meglio usare quelle a gabbietta, che consentono di tenere la bocca spalancata.

    Il secondo possibile pericolo questo: un cane lasciato libero di vagare con la museruola pu sempre perdersi. Allora, per lui, questo aggeggio diventerebbe un guaio in pi, perch gli impedirebbe di nutrirsi e, soprattutto, di bere.

    Il lungo racconto sul guinzaglio inteso come oggetto polivalente e sulle potenzialit della mente canina ha lo scopo preciso di far da preludio alla descrizione di un comportamento molto importante per ogni cane, quello del gioco. Il cane infatti a giocare ci sta sempre, e niente gli piace di pi che giocare col proprio padrone. Pensate che, recentemente, molti addestratori di cani hanno sostituito il premio rappresentato dal tradizionale bocconcino col lancio di una pallina da tennis, perch giocare a rincorrere la pallina pu divenire una remunerazione ancor pi ambita di una leccornia.

    Fenomeno facile ed insieme difficile quello del gioco animale.

    Facile perch tutti noi, etologi e non, siamo convinti di capire, subito e sempre, quando un animale sta giocando. Difficile perch in realt non cos, e molti sono stati gli abbagli. Difficile, inoltre, perch il gioco un fenomeno complesso, dalle molteplici e non sempre chiare funzioni. In effetti - e questo sintomatico della nostra seppur parziale ignoranza - del gioco esistono varie teorie mentre, se fosse tutto chiaro, ne basterebbe una, che tra laltro non si chiamerebbe nemmeno cos.

    Come capire quando degli animali stanno giocando? La domanda sembrerebbe oziosa ma non lo perch, obiettivamente, analizzando, un modulo comportamentale dopo laltro, quello che fanno gli animali mentre giocano, semplicemente ritroviamo gli stessi comportamenti tipici di altre attivit, come la predazione, la lotta e cos via. Eppure, se osserviamo meglio, innanzitutto notiamo nel complesso una certa rilassatezza, una certa esagerazione nel manifestare i vari atteggiamenti, e ci soprattutto nella parte iniziale di questa ludica attivit. Il ritmo diverso, decisamente rallentato, e lente sono pure le singole movenze, come fossero riprese al rallentatore. Ed questa esagerazione, magnificazione e lentezza che, nel suo insieme, fabbrica un messaggio supplementare, modificante quello che era il significato originario.

    Si parla, allora, di metacomunicazione, e cio della capacit, che molte delle specie che giocano hanno, di emettere vari tipi di messaggi che qualificano diversamente, o meglio ancora specificano, quelli che sarebbero stati i messaggi originali. Cos certi animali quando giocano a fare la lotta assommano, o fanno precedere, al primo dei segnali aggressivi anche il metasegnale di gioco, che talora completamente separabile da quello successivo. un segnale a s che informa in modo chiaro il ricevente del fatto che laggressione non vera ma scherzosa. Che va, dunque, letta in tuttaltra chiave. Che esige una risposta diversa, anchessa ludica.

  • Faccio qualche esempio. I cani e i leoni si piegano un po sulle zampe anteriori; i galletti e i maialini compiono una sorta di giravolta, le scimmie fanno la classica faccia da gioco. Le volpi digrignano i denti ma tengono le orecchie rivolte in avanti. E fin qui ho citato soltanto segnali visivi. Esistono per, pensate, anche segnali acustici (esempio: la vocalizzazione di gioco della mangusta nana) e perfino olfattivi, il che sembrerebbe incredibile, ma larvicola agreste effettivamente produce un suo feromone del gioco. Del resto proprio questa diversit il bello della vita, la sua vera essenza.

    Ma c dellaltro. In certi casi, quando un genitore che gioca con un figlio, si ritiene che si tratti di una speciale e raffinata cura parentale tendente a far fare al ragazzino, o ai ragazzini, un certo tipo di pratica, o magari a far emergere con lesperienza ludica certi moduli della vita vera. E infatti spesso nelle lotte giocose, sia tra adulti e giovani che tra solo giovani, si assiste allo scambio dei ruoli. Osservando dei cuccioli di varie specie che lottano frequente che una volta insegua luno, unaltra laltro, proprio come quando i ragazzi giocano a guardie e ladri.

    soprattutto da osservazioni di questo tipo che ha preso corpo la teoria della pratica, secondo cui il gioco sarebbe in realt una sorta di esercitazione in funzione della vita adulta.

    Ma i giochi non sono soltanto sociali. Spesso i cuccioli si scatenano in corse pazze, salti, capriole. Ci manifesto soprattutto negli ungulati, ma anche i cani lo fanno. Cpita che un puledro da solo inizi questattivit, che sembra non abbia altra ragione che lo scaricamento di un eccesso di energie, e un po per volta ne trascini altri, cosicch il gioco solitario viene talora ad assumere, anche per la sincronizzazione che a mano a mano si raggiunge tra gli individui, un tocco di socialit. Queste corse apparentemente immotivate si osservano spesso anche tra i pulcini dei polli domestici. Ecco, cos ho accennato a unaltra teoria sul gioco, quella detta del surplus denergia. I cuccioli, nutriti e protetti dalle cure parentali, avrebbero cio un di pi da spendere, e il gioco sarebbe lo sfogo. chiaro che nei cani - che come ben sappiamo giocano anche da adulti e, di norma, la loro pappa se la trovano senza faticare belle pronta - poi quelle corse pazze le fanno anche da adulti, e a vederle sono uno spettacolo.

    Del resto, parlando del gioco in generale, anche se a giocare sono soprattutto i giovani, non sempre cos. I lupi adulti, per esempio, giocano, e cos i delfini. Si tratta, nel caso dei primi, di giochi sociali, che sicuramente hanno unimportante funzione coesiva nellmbito della muta. Esattamente come gli altrettanto sociali esseri umani hanno gli sport di gruppo (quei cinquantenni che giocano a calcetto...), o anche le ben pi semplici e rilassanti partite a carte.

    I delfini, invece - e questo lo racconto per la cronaca - si dilettano di giochi creativi. Inventano cio nuovi movimenti, salti, forse anche vocalizzi. E tali giochi diventano poi imitativi, cosicch linvenzione del singolo individuo pu trasformarsi in una sorta di segnale distintivo di appartenenza ad un determinato gruppo.

    E con ci sono giunto a parlare del rapporto tra gioco ed esplorazione, e dunque della terza teoria, quella detta della pulsione. Certi animali, soprattutto cuccioli, avrebbero una vera e propria appetenza ludico-esploratoria, fornita di un suo sistema motivazionale. facile, soprattutto nelle scimmie, scoprire questo gioco-esplorazione del mondo, basato molto sulle loro formidabili capacit di manipolare

  • gli oggetti. Ma se vero che le scimmie sono tra tutti gli animali le pi curiose ed esplorative, ricordiamoci che anche i nostri cani, soprattutto i cuccioli, hanno grandissime necessit di esplorare lambiente, sia quello fisico che quello sociale. Ed appunto cos che si fabbricano una loro competenza e sviluppano la loro intelligenza.

    Il gioco, pertanto, sembra essere unattivit confinata soprattutto nelle classi degli uccelli e dei mammiferi, anche se recentemente sono stati documentati giochi da parte di varani. Si tratta in ogni modo di unattivit assolutamente essenziale per lo sviluppo normale dei giovani, dai molteplici aspetti e dalle multiple funzioni. abbastanza probabile che le teorie che tentano di spiegare le differenti attivit ludiche contengano tutte una parte di verit. Certo , comunque, che questo fenomeno bello e appariscente necessita ancora di molti studi, osservazioni, esperimenti, per poter essere davvero compreso.

    Per ora accontentiamoci di sapere che giocare col proprio cane una cosa bella, e non solo per lui.

    Mascheramenti. Una cosa che proprio non amiamo dei nostri cani la maledetta abitudine che

    quasi tutti hanno, se trovano una carogna o dello sterco, di rotolarcisi dentro. E con che gusto, con che soddisfazione! Poi, siccome sono contenti, ci vengono incontro allegri ed difficile fargli capire, cos a distanza di tempo, che a noi questo comportamento, questo modo di profumarsi non piace, disturba. Sembrano stupiti, e siccome li sgridiamo dopo un bel po da quando si sono, diciamo cos, profumati, il risultato che non capiscono per cosa li stiamo sgridando e vanno in confusione.

    C sicuramente una forte base innata in questo comportamento.

    Mi ricordo alcuni miei cuccioli, privi di ogni diretta esperienza, che pure al primo incontro con quegli oggetti puzzolenti, subito iniziavano il rituale del rotolamento, dello sfregamento.

    Davvero sgradevole, e anche ormai inutile. E dico ormai perch oggi al cane, civilizzato e dipendente com, ci che pi dovrebbe importare dovrebbe essere il non farci arrabbiare, visto che siamo noi che gli procuriamo da vivere, che gli diamo da mangiare. Ma una volta, tanti anni fa, non era cos. Una volta il cane era il lupo, era un predatore, e quel chimico mascheramento era funzionale per avvicinare la preda senza allarmarla.

    Proprio perci ritroviamo tale abitudine un po in tutti i predatori interessati ad animali dallolfatto fino. Cito le volpi, i licaoni, gli sciacalli, le iene.

    E, compiendo un gran salto, potrei parlare anche degli uomini, quando sono cacciatori. Potrei ricordare i nostri cacciatori di cinghiali che la sera prima della battuta appendevano (chiss se lo fanno ancora) nella stalla i vestiti da caccia, perch assorbissero lodore di bovino, o i pigmei che prima di cacciare gli elefanti si spalmavano di sterco delefante ancor umido lintero corpo e si spremevano addosso, perfino in bocca, il fetente liquame che esce dallo sterco.

    Infine, ma per unanalogia rovesciata, voglio raccontarvi dellimmenso, feroce varano di Komodo. Lui no, lui non si spalma di sterco e di carogne per sorprendere

  • la preda. Lui, e soltanto quando giovane, si spalma per non essere mangiato. Cannibalizzato, per meglio dire. Perch, come spesso avviene nella famiglia dei varanidi, gli adulti non vanno molto per il sottile. Non poi tanto raro perci che un grosso esemplare assalga e mangi un conspecifico pi piccolo, se ci riesce.

    Cos i giovani varani di Komodo (sotto il metro e mezzo di lunghezza; gli adulti raggiungono e spesso superano i tre metri) vengono frequentemente osservati rotolarsi dentro le viscere (soprattutto gli intestini) delle grandi prede di cui si nutrono. I varani infatti non mangiano mai gli intestini delle loro prede, ha scoperto Walter Auffenberg, che ha studiato in natura questo rettile cos affascinante.

    Lodore repellente, dunque, funziona per i giovani varani da passaporto. Per continuare a vivere.

    Tornando ai nostri cani, lunico modo possibile per insegnargli a non strofinarsi nello sterco od in qualcosa di peggio, sarebbe quello di coglierli sul fatto, e pi volte di sguito, spiegandogli subito con fermezza che assolutamente non devono farlo. Solo cos si potrebbe ottenere qualcosa, anche se non detto, perch la motivazione in certi casi davvero fortissima. Non ci resta, altrimenti, che portare pazienza. una tassa da pagare, se si possiede un cane.

    Limmagazzinamento. Da qualche giorno la mia cagnetta Mimi (il mio fox numero tre), che da poco

    aveva compiuto i cinque mesi, sera messa a nascondere cibo. Il comportamento era apparso allimprovviso, quasi sapienza innata. Ci che si dice istinto, insomma.

    Mimi, nel greto del torrente in cui passava ore giocando, esplorando e razzolando, trovava ossa in abbondanza, che poi nascondeva sottoterra. Cera un guardarsi intorno circospetta, uno scavare nel terreno, un deporvi il prezioso reperto e infine un risistemarvi sopra, con cura, la terra spingendola e assestandola con il dorso del muso.

    Mimi mi guardava sospettosa, se la spiavo. Mai terrier ha avuto muso pi terroso. Mi guardava come se avesse vissuto chiss quali brutte avventure di latrocini dossa, e invece io sapevo che desperienze simili non ne aveva mai avute. Tutto scritto dentro, tutto genetico, almeno nel suo caso. A un certo punto, crescendo, maturato dentro qualcosa, ed ecco comparire il sapiente comportamento.

    Sapiente perch previdente, e prevedere significa vedere avanti, nel futuro. Significa sapere che verranno, o potranno venire, tempi duri, e dunque meglio accatastare, fare la formica.

    A proposito di formiche, bisogna che vi dica che labitudine di accumulare scorte assai diffusa nel regno animale, soprattutto tra insetti, uccelli e mammiferi, e spesso essenziale per la sopravvivenza.

    Lallevamento della prole, per esempio, non raramente si