singole esperienze collettive di fabio piselli 2008

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  • Fabio Piselli

    Singole esperienze collettive

    Piselli scritti 1\2008

  • www.fabiopiselli.com

  • a mio padre...

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    IntroduzIone

    Ho riflettuto a lungo prima di decidere di scrivere un libro, mi sono posto molte domande alle quali non sono stato capace di trovare le degne rispo-ste, ho compreso che una risposta sarebbe potuta nascere proprio dalla stesura di questo libro. una singola traccia lasciata nel cammino del confronto collettivo, stimola-ta dalle mie esperienze; questo lo scopo del mio scrivere, lasciare tracce, delle parole ferme per pensieri fluttuanti, per stimolare delle nuove parole, dei nuovi pensieri, il cui contenuto dar vita a dei nuovi confronti. non sono uno scrittore ma uno scrivente, non in terza persona come nei rapporti giudiziari ma in prima persona nel mio sfogo emotivo, nel con-fronto con la mia storia, guardando me stesso come un soggetto terzo per meglio vedere il tuttuno che voglio essere e restare. non sono uno scrittore ma un uomo che scrive ci che ha vissuto, ci che ha visto, ci che ritiene di aver conosciuto e riconosciuto della vita, con il desiderio di comprendere quello che ancora non ha capito, scrivendo ad una platea di lettori capaci di confronto.non cerco delle verit sulle stragi, sugli omicidi, sugli attentanti; voglio invece capire il perch delle non verit sulle stragi, sugli omicidi, sugli attentati; non cerco delle responsabilit se non in me stesso, come persona singola e come membro di una collettivit composta da molti singoli che non sanno ancora costituire un insieme compatto e unito tanto da chie-dere a gran voce la presenza di una responsabilit per lassenza di molte, troppe verit.Questo libro mi consente di comprendere prima di tutto le mie responsa-

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    bilit, di uomo, di cittadino, di membro di una comunit, di una societ civile che ha permesso loccultamento e linquinamento di quelle verit mai svelate. Mi consente di offrire e di ricevere il confronto sulle nostre collettive responsabilit rispetto alla singola morte di ogni singolo indivi-duo, rispetto ai singoli attentati ed alle stragi che hanno mietuto centinaia di vittime. non cerco perci di scoprire dei colpevoli occulti laddove tutti noi siamo i palesi responsabili dello sfascio della nostra societ, della Giustizia alla deriva allinterno di uno Stato sfasciato che manifesta sempre pi spesso dei rigurgiti di fascismo. Questo lo scopo del mio libro, del mio sfogo, del mio confronto; com-prendere cosa posso e cosa possiamo fare per difendere la legalit, per rinforzare la Giustizia, per tutelare la collettivit ed i milioni di singoli cittadini che ne fanno parte contro le stragi, contro gli omicidi, contro gli attentati posti in essere da mani ignote per conto di ombre grigie, proiet-tate da figure di mafiosi, di politici collusi con le mafie, di massoni deviati, da infedeli uomini dello Stato dei quali non si vede mai la faccia, nascosta dai cappucci, dal mefisto, dalla barba finta.La nostra storia democratica costellata di attentati alla democrazia fino a mutarne la storia stessa, invertendone il significato, trasformandone il pro-cesso evolutivo in uno Stato caratterizzato da rari momenti di democrazia in una storia di attentati. Inevitabile perci parlare di trauma, di uno Stato afflit-to dal trauma nascente dalla violenza patita, Stato che ha proiettato la propria sindrome nei suoi cittadini, come le madri sofferenti fanno con i figli. Cittadini che non hanno mai avuto la possibilit di elaborare questo trau-ma ricevuto in prestito a causa della debolezza della verit, acquisito solo per essere dei cittadini figli dello Stato malato in cui sono nati.Siamo tutti legati al segreto che nasconde la verit di cui abbiamo bi-sogno per svincolarci dalle maglie di quelle catene che debbono essere

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    Introduzione

    spezzate per permetterci di crescere, di incamminarci verso un indirizzo democratico, invece che restare fermi, passivi allinterno di un presunto clima di democrazia. Questo legame porta spesso il sigillo del segreto di Stato.rompere le catene significa violare il segreto, recidere quel cordone om-belicale che ci lega alla Patria vilipesa dal suo stesso segreto; significa tra-sformarci in civili soldati di un esercito di cittadini composto da una col-lettivit senza uniforme, forte e compatta con il proprio Stato, forte di democrazia, armata di tolleranza, difesa da occhi attenti e non guardinghi, da orecchie capaci di ascoltare e non solo di sentire.Collettivit che ha le mani sporche del sangue versato dagli uccisi dal se-greto, dal segno della morte che non si ripulisce, la morte infatti si pu solo elaborare con la scoperta della verit, oppure si pu rimuovere con la menzogna psichica o con quella di Stato.Collettivit che desidera comprendere la verit per elaborare il suo lutto, per crescere ed essere capace di scegliere di capire e non di punire, per cam-biare la propria morfologia da Stato strutturato in una struttura civile che forma lo Stato, senza pi il traumatico timore delle strutture deviate dello Stato, quelle che nascondono i segreti.non sono uno scrittore ma uno scrivente che parla della propria esperienza come se parlasse ad un altro da se, riconoscendo se stesso negli altri.Mi confronto con le mie parole, mi riconosco frase dopo frase con la mia storia, divento il critico lettore di quel me stesso scrivente e non scrittore, di quel me stesso cittadino e non soldato, di quel me stesso membro di una collettivit e non pi un alibi dellegoismo collettivo che indica il singolo soggetto come capro espiatorio delle responsabilit condivise.Sono compatto con la mia storia caratterizzata dai pezzi di vita slegati fra loro, che hanno necessit di riconoscere il proprio percorso per non spezzarsi mai pi.

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    Sono cosciente che impossibile sanare dei pezzi rotti, come sono co-sciente che impossibile rendere Giustizia a chi morto ingiustamente, per questo non cerco colpe ma cause, per questo non cerco colpevoli ma responsabili, per questo non cerco segreti ma verit.desidero comprendere collettivamente i motivi delle zone grigie del mio Stato per colorarne i contorni e far luce al suo interno, sperando di con-tribuire a dare nuova vita al colore bianco come quello di un foglio nel quale ognuno pu scrivere la propria storia in piena libert, in completa democrazia, senza pi il trauma degli omicidi, delle stragi, degli attentati di Stato, senza timore ma con la gioia di rappresentare se stessi membri e parte di una comunit che forma lo Stato.desidero essere un singolo parte di una collettivit responsabile e parte-cipativa, essere dei cittadini coscienti e non coscienziosi, compatti e non riuniti, liberi dal segreto e non prigionieri di verit rese segrete.Cittadini che sanno e che possono perci comprendere le proprie scelte po-litiche, sociali e personali allinterno di uno Stato che gli permette e gli con-sente di scegliere tramite la conoscenza della verit. Cittadini di ogni razza, colore e religione che fanno politica per la sola ragione di esistere e respirare, senza dover dimostrare di esistere e di respirare soffocando il respiro altrui. In questo la nostra storia democratica ci ha trasformato, in ladri di aria, in rapinatori di spazio, in estorsori di verit da mantenere segrete per conti-nuare il ricatto del segreto, dando vita a flotte di dimostranti di un qualcosa mai chiesto per dimostrare di non chiedere per paura delle dimostrazioni delle richieste fatte.Siamo ormai un insieme di questuanti di favori, di deboli membri di una collettivit accattona regolata da magnaccia, da re nudi di un regno vestito di stracci, controllati da gendarmi violenti, tali per nascondere la propria paura di indossare gli stessi stracci dei controllati.Siamo ormai perduti nella morte che colpisce a caso, con una bomba, con

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    Introduzione

    un colpo vagante, in un traghetto in fiamme, timorosi di viaggiare per stra-da e pronti a rincorrere le viuzze del potere, convinti di essere cos immuni e invulnerabili per poi scoprirci vittime quando la morte ci tocca da vicino, mentre in realt siamo gi vittime quando allontaniamo la morte altrui.Per questo scrivo, per liberarmi dal trauma, dalla paura che non nasce da un clima di tensione bens dalla calma apparente del caos democratico, che diversamente da un blitz di regime addormenta le coscienze e non risveglia la nostra ribellione; in fondo mi ribello a me stesso, non al pre-sunto regime o alla cattiva democrazia, perch sono il presunto regime e sono la cattiva democrazia.rinuncio perci alla questua dei favori per essere libero, rinuncio a cono-scere un segreto per non essere estorsore, rinuncio alla viuzza del potere per restare apertamente in piazza, insieme agli altri e parte degli altri senza braccia tese o pugni chiusi ma con la sola pesante responsabilit della vo-lont di conoscere la verit.Per questo dobbiamo essere pronti a pagare un prezzo alto in termini di sacrificio, dobbiamo essere capaci di porci in discussione senza cercare dei colpevoli negli altri da noi, ma cercando noi stessi nella colpevolezza altrui. colpevole il solo mafioso quando mi elargisce il favore che gli chiedo? colpevole il solo politico quando mi assume grazie allo scambio del mio voto? colpevole il solo poliziotto che mi spacca la testa con il suo manganello perch non ho il coraggio di denunciarlo? colpevole il singolo morto ammazzato perch permetto al mafioso di ucciderlo con la mia omert?La verit un male incurabile con il quale possiamo solo convivere, liberi e leggeri mentre il segreto un cancro per il quale stiamo lentamente morendo nella non conoscenza, nella irresponsabilit, convinti di star bene in un mondo di malati, felici di credere di star meglio perch siamo circondati da altri e pi gravi malati. Questo siamo ormai, dei benestan-

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    Singole Esperienze collettive

    ti immaginari, dei malati incoscienti appesantiti dalla fuga dalla verit, vuoti e non leggeri.Scrivo sperando di riuscire a dire agli altri quel che dico a me stesso, ascol-tandomi attraverso gli occhi dei lettori per vedere quel che sento di me, senza pi la paura di ascoltare, senza pi il timore di capire ma con il co-raggio della ricerca della verit senza volerla attribuire a nessuno, perch la verit stessa ci libera dalla colpevolezza, riconoscendoci colpevoli detentori dei segreti altrui dei quali siamo le prime vittime.Questo libro parla delle mie esperienze nelle quali riconoscere le tracce del-le proprie e forse quel confronto mai riconosciuto con il quale specchiarsi, leggendolo come se fossero la descrizione dei percorsi di vite comuni vissu-te da una singola persona, le cui emozioni, le cui sensazioni sono parte di una intelligenza collettiva.Questo mio primo libro non ha un preciso ordine cronologico, escluso i primi capitoli che descrivono il mio percorso fino allinizio della carriera militare, poi prende forma allo stesso modo in cui si materializzano i ri-cordi intrusivi, che riportano alla mente un evento, doloroso o meno; un libro fatto di ricordi che rimbalzano nella memoria raschiandone via dei pezzi fatti di emozioni vissute che mi hanno permesso di crescere. Questo libro la chiave che apre una cella, la mano che carezza la testa di un bambino, il braccio armato che difende dalla paura, parla di me, della mia vita, ampia e non necessariamente lunga.

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    InIzIo

    Sono nato a Livorno da genitori laziali, cresciuto sul mare, nel mare e con il mare, che come una immensa placenta mi ha accolto nel suo ventre. Lelemento acqua stato alla base della mia vita, il fuoco ha invece cercato di estinguerla durante la mia ultima esperienza con la morte, avvenuta nel novembre del 2007. Ho iniziato a lavorare sin da bambino, figlio di un marittimo e di una casalinga, figlio di una cultura nella quale imparare un mestiere significava la prospettiva di un futuro lavorativo assicurato. Sin dalla met degli anni settanta ho fatto il garzone in un vetusto magazzino al servizio di un vec-chio artigiano siciliano, un reduce della seconda guerra mondiale che si rifugi a Livorno dopo la fine del conflitto con un carretto a pedali, con il quale nel corso degli anni ha fatto il venditore ambulante dei suoi prodotti, fra cui spiccavano le statuine segnatempo che avevo imparato a costruire, a decorare, a rifinire a mano con il trincetto e la fantasia.Questo fino a quando nei primissimi anni ottanta il vecchio artigiano fu arrestato per violenze sessuali contro i minori. Ancora non sapevo che avrei rivisto il venditore fiorentino dei suoi trincetti molti anni dopo, oggetto di attenzione da parte degli inquirenti nelle indagini per i delitti del cosiddetto mostro di Firenze. non ancora diciassettenne mi sono arruolato volontario nellesercito Ita-liano, presso la scuola allievi sottufficiali (SAS), con il desiderio di diventa-re un pilota di elicotteri. desiderio compensato in parte, in quanto effettivamente ho volato, ma come paracadutista e non pilotando un elicottero come avrei voluto.

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    Ancora non sapevo che ci che avrei vissuto nei tre anni in uniforme avreb-be condizionato la mia vita da civile nel corso del successivo ventennio. La mia storia professionale inizia nel 1985, la quale, nel corso di questi ventitre anni, mi ha visto vivere delle esperienze tali da rappresentare un valido confronto collettivo per comprendere alcune dinamiche adottate allinterno di certi settori dello Stato che sviluppano quei meccanismi di depistaggio, di collusione mafiosa, di connivenza massonica, che costitui-scono quella zona grigia ove sbiadiscono i colori della democrazia e della legalit fino al punto di rendere opaca la Giustizia e daltonici i cittadini, costretti a seguire le varie correnti cromatiche per individuare un sostegno alle proprie speranze, per rinforzare il concetto della propria libert.desidero capire la verit dei fatti affinch possa comprendere il vero, il fal-so ed il verosimile nei fatti stessi, senza subire il condizionamento da parte di chi la verit la occulta e la gestisce per difendere il proprio schieramento, la propria fratellanza, il proprio ufficio, i propri interessi. Ho cercato di capire per difendermi dagli attacchi ai quali non ho trovato la giusta difesa, pagando la mia lotta con la sconfitta. Proprio la sconfitta mi ha reso cosciente dellassenza di una auspicata vit-toria allinterno di una guerriglia di sconfitti, di affratellati soggetti dipinti di emblemi, uniformi, medaglie e pentalfiani segreti. tutti caratterizzati dallessere sconfitti dallesistenza del segreto che come tale vince sulla ve-rit. un segreto che tutto tace, un silente protagonista circondato da degli urlanti attori e da delle ambiziose comparse allinterno di un film che dura sin dalla fine della seconda guerra mondiale, i cui registi usano nomi dar-te dai quali impossibile risalire alla loro vera identit. Come in un film ne intravediamo le sagome, vediamo la proiezione della loro ombra senza mai vederne il viso. Come in un film ci sono eroi e vittime, persecutori e corrotti, moventi e manovratori, opportunit e opportunisti. un film che dura da troppo per il quale giunto il momento di scrivere la parola fine.

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    Inizio

    Fine che giunger quando sar calato il sipario sui tanti segreti che na-scondono le troppe verit, quando sar tolto il cappuccio ed il passamon-tagna dal viso delle ombre, quando le ombre si dissiperanno alla luce del sole che ci consentir di vedere, di conoscere, di riconoscere, di sapere e di capire le verit della nostra storia di paese che ha avuto ed ha tuttora una democrazia a scartamento ridotto. democrazia lenta, traumatizzata, pa-tologica, affetta da ingerenze esterne che come nei deliri dei pazzi vede le presenze, sente le voci, patisce una sorta di sindrome persecutoria tale da non permetterne la crescita, la maturit, restando prigioniera dei propri mostri, della propria sofferenza causata dallautismo dei propri pensieri, dal riflesso del buio che ha inghiottito i suoi cittadini, oscurati anchessi dalla pazzia della democrazia stessa che ha fatto nascere milioni di insicu-ri italiani con un trauma in prestito, le cui complicanze sono state aggra-vate dai segreti che hanno impedito di conoscere la fonte della malattia e di trovare cos una cura, restando schiavi dei presunti guaritori i quali hanno somministrato solo pillole di ipocrisia che hanno ucciso migliaia di innocenti per rinforzare la paura della malattia e per continuare ad affidarsi alle loro cure, alla loro gestione. ogni volta che un malato cittadino ha espresso il desiderio di capire si sviluppato un aggravamento, con limprovvisa morte di altri innocenti svi-luppando in realt le uniche patologie di cui tutti noi siamo effettivamente affetti, il terrore e la paura.

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    Let unIForMAtA

    nel 1985 non avevo let per guidare una automobile ma potevo sparare con unarma, maneggiare esplosivi, apprendere e conoscere delle tecniche di combattimento, partecipare ai servizi di ordine pubblico, svolgere la sorveglianza armata in anni in cui la eco del terrorismo si stava appena spegnendo, con gli attacchi alle caserme, il furto delle armi dei soldati da parte dei componenti dei vari gruppi eversivi dalle tante sigle che hanno caratterizzato la fine degli anni settanta e la prima met di quelli ottanta. non avevo let per votare ma potevo prendere delle decisioni importanti con il dito sul grilletto delle mie armi, che avrei potuto rivolgere contro me stesso oppure contro gli altri; anni nei quali le munizioni erano vere, i colpi erano in canna e la pressione psicologica che un adolescente subiva allinterno dellambiente militare rappresentava la peggiore arma, l effetti-va minaccia, il reale rischio di rottura, causata dallo stress, dall esaurimen-to nervoso con tutte le sue potenziali conseguenze, come avvenne in alcune caserme con dei casi di suicidio e di omicidio commessi da giovani militari, da carabinieri, da poliziotti. ero un adolescente che non aveva ancora compiuto diciassette anni di et, ero un soldato, un sottufficiale volontario dellesercito Italiano, prove-niente da una vita civile fatta di sport come quello della lotta libera, fatta di lavoro, fatta di scuola, fatta di ragazzine con cui scoprire gli umori ed il gioco dellamore. Fatta di cocomeri rubati ai cocomerai ladri, fatta di fughe dalla Polizia con i motorini truccati, fatta di mare, di scoperte che permettevano di capire, conoscere, sapere e saper scegliere il proprio futuro, con le scelte a breve termine come quelle compiute da un adolescente. Futuro fatto a tappe,

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    fatto di idee repentinamente cambiate, fatto di condizionamenti esterni provenienti da mille fonti e da quelli interni nascenti dalla naturale fase evolutiva nella ricerca della identificazione allesterno della famiglia, alme-no cos avrebbe dovuto essere. Indossando luniforme ho uniformato la mia et a quella degli altri soldati della scuola allievi sottufficiali che frequentavo, che era di ventiquattro anni, tutti ragazzi che in molti casi avevano gi avuto delle esperienze mi-litari, inoltre si era appena conclusa la prima missione italiana svolta in Libano, quella del Presidente della repubblica Sandro Pertini, del colon-nello Franco Angioni e del piccolo Mustaf, la mascotte libanese; grazie alla quale numerosi reduci, fra cui molti paracadutisti, avevano deciso di scegliere la carriera militare arruolandosi con il primo corso utile, il 58, il nostro corso, quello dei sottufficiali comandato da un colonnello che pro-prio in Libano era stato capo di Stato Maggiore del contingente; il quale aveva proiettato sul corso tutta la sua psicologia militare, la sua mentalit e soprattutto il suo personalissimo modo di comandare, di educare, di istru-ire, di condizionare tutti noi giovani allievi che vedevamo in lui una guida supportata da un altro ufficiale, un paracadutista che per noi rappresentava un esempio da seguire ed una sorta di specchio futuro nel quale vedere ci che saremmo stati negli anni a venire proseguendo la carriera militare.Sono stato inserito in mezzo al ristretto gruppo di allievi che aspiravano di entrare al nono. Cio al 9 battaglione Col Moschin della Folgore, gli incursori, le forze dlite dei paracadutisti. Gruppetto di allievi formato dai reduci del Libano, dagli ex par della Folgore, dagli ex mar del battaglione San Marco, con i quali mi sono amalgamato e dai quali sono stato accettato nonostante non fossi gi stato un paracadutista come loro. La mia grinta, la mia prestanza fisica forgiata dalla lotta libera, la mia istintiva attitudine militare ed anche la mia parentela con due impiegati civili dellambasciata americana di roma, in servizio presso gli uffici della defense Intelligence

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    Let uniformata

    Agency, il controspionaggio militare americano, hanno certamente contri-buito a costruire il personaggio di quel giovanissimo allievo che emergeva per autorevolezza, qualit fisiche e morali e rendimento negli studi, questo fu scritto in alcuni encomi ricevuti durante lo svolgimento del corso. Il condizionamento psicologico quotidiano aveva ritmi incalzanti, con i periodi di addestramento, con i servizi armati e lo studio, aggiunti al fatto che, come aspiranti paracadutisti, ci eravamo eretti a gruppo elitario che aveva il dovere di dare il massimo in ogni materia, in ogni attivit; gruppo sostanzialmente autoreferenziale, isolato dal resto degli allievi, estrema-mente politicizzato nel quale il riferimento al duce era costante in ogni espressione fisica e verbale. non ancora diciassettenne, mi comportavo come un giovane uomo, vivevo e mi relazionavo con dei ragazzi molto pi adulti e maturi di me, alcuni dei quali con esperienze specifiche nella lotta politica, specialmente i ro-mani che provenivano in gran parte dalle sezioni del Movimento Sociale Italiano e dal fronte della giovent che durante la fine degli anni settanta e linizio di quelli ottanta erano stati protagonisti dei gravi e feroci scontri fra i ragazzini romani delle opposte fazioni. Gli altri ufficiali ed i sottuf-ficiali che ci addestravano e comandavano, uomini adulti con famiglia, coloro non paracadutisti, ci sembravano soggetti lontani dalla realt in cui eravamo immersi, i nostri referenti erano solo ed esclusivamente quelli che provenivano dalla Folgore e che erano transitati alla SAS come istruttori o come aggregati.La mortificazione stata unarma per selezionare e per dividere, non i bravi dai meno bravi oppure i deboli dai forti, ma noi da noi stessi, dalla nostra dignit, dalla nostra personalit di giovani in crescita, specialmente i po-chissimi adolescenti presenti in quel corso, i nati nel 1968 o poco prima. La mortificazione era costantemente patita e costantemente perpetrata, in ogni frase, azione, momento della giornata, sia nei termini dispregiativi

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    che nelle punizioni fisiche e psicologiche inflitte per le pi paradossali ra-gioni, specialmente allinterno del gruppetto di ex par, ragazzi che ave-vano introdotto la stessa mentalit che questi avevano vissuto ed appreso durante il tempo trascorso alla Folgore. Sembrava che solo coloro capaci di resistere fossero i pi forti, i pi capaci per affrontare chiss quali missioni in una ipotetica guerra, altra parola che caratterizzava il contenuto dei nostri colloqui, mediati dai racconti dei re-duci del Libano che in qualche modo la guerra lavevano vista, soprattutto coloro coinvolti negli scontri a fuoco con le varie fazioni libanesi in lotta avvenuti nel periodo in cui il contingente italiano stato presente a Beirut e nelle altre localit. Fortunatamente i miei parenti presso lambasciata americana mi hanno fornito il confronto necessario per non farmi lavare il cervello pi di tanto, consigliandomi sempre di pensare con la mia propria testa e soprattutto permettendomi di conoscere i loro datori di lavoro, gli ufficiali del servizio americano i quali avevano effettivamente conosciuto la guerra, molti di loro provenivano dai reparti militari che avevano combattuto in Vietnam, erano persone che, diversamente dagli italiani, avevano vissuto esperienze dirette nei vari fronti nei quali gli Stati uniti erano stati militarmente pre-senti a vario titolo. Ho imparato perci a riconoscere gli occhi di chi aveva visto una guerra rispetto a quelli di chi raccontava di averla vista, riconoscendo perci i tanti italiani che millantavano storie di guerra libanese di cui esageravano i contenuti in favore di noi allievi, felici anche di ascoltare le loro gesta seppur poco credibili, pur di avere un riferimento con la guerra. Le mie visite allambasciata americana di roma non passarono inosserva-te, daltronde i miei colleghi erano interessati a conoscere qualche reduce americano, un rambo vero come quello del cinema, la voce si sparse e fui contattato anche da un capitano paracadutista e da un maggiore in servizio

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    Let uniformata

    presso lufficio I della SAS che vollero sapere notizie sul tipo di lavoro dei miei parenti e sulle mie visite presso le basi militari americane alle quali accedevo durante i periodi di licenza, in particolare quella di Camp darby vicino Livorno. dopo oltre otto mesi di corso, ormai diciassettenne, ormai esperto, con il grado appena inferiore a quello di Sergente, cio quello di caporale mag-giore allievo sottufficiale, iniziai a comprendere il tipo di ambiente, il tipo di lavoro che avevo scelto, a confrontarmi con quelli che allora erano i miei desideri e con i risultati della scelta che avevo davanti agli occhi; con lesperienza acquisita in quei mesi duri e faticosi, nei quali ero cresciuto, immerso nella mentalit militare, caratterizzata dalle parole onore e fedel-t, coraggio e ardimento, paura e vilt. ero felice di quanto avevo raggiunto, mi piaceva il lavoro, ero gratificato e stimolato a finire il corso e raggiungere le scuole di specializzazione presso la Folgore insieme ai miei colleghi, con i quali sapevamo di essere ad un passo dal traguardo con risultati eccellenti. un giorno accadde qualcosa mentre stavo svolgendo il periodo di servizio di sorveglianza armata presso una grande polveriera dislocata in umbria, notai insieme ad altri due miei colleghi la presenza di alcuni uomini in abiti civili intenti a movimentare delle casse dentro il perimetro della zona militare; allarmammo perci il nostro livello superiore ma ci risposero evasivamente, dicendoci che era-no solo dei bracconieri, perch la polveriera era ubicata allinterno di un enorme bosco, una riserva di caccia, che questi probabilmente stavano solo portando via dei cinghiali catturati con delle trappole. nelle casse? mi chiesi ricordandomi i trascorsi parentali con gli zii cac-ciatori di cinghiali.tornato alla SAS segnalai il fatto ad uno degli ufficiali de lufficio I e poco dopo iniziarono gli strani congedi di coloro che come me avevano relazionato gli stessi episodi. Le ragioni furono le pi disparate, dal ritro-

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    vamento di sostanze stupefacenti in un caso, alle relazioni sessuali con mi-norenni nellaltro, oppure dalle manifestazioni contrarie al regolamento nel rapporto con le insegnanti civili in servizio presso la scuola, sostanzial-mente con laccusa di aver avuto con queste dei rapporti sessuali. Alcuni allievi furono espulsi fra i quali due del mio gruppo elitario, quello dei paracadutisti, entrambi reduci dal Libano ed entrambi sorpresi e soffe-renti per il loro allontanamento dal corso.nellottobre del 1985 mentre ero di pattuglia armata in caserma sono stato colpito in faccia, presumibilmente da un altro allievo di guardia che si svegli improvvisamente e reag in modo istintivo usando il suo fucile come un bastone, per questo il mio naso inizi a sanguinare, sono stato portato allospedale civile ove certificarono dei semplici episodi di epistassi, sangue dal naso appunto, causati dal colpo ricevuto. Successivamente mi inviarono allospedale militare di roma per essere ricoverato, nel quale gli episodi di epistassi si trasformarono in una patologia cardiaca che caus il mio proscioglimento dal corso, congedo che avvenne nel giro di un po-meriggio nonostante i miei sforzi di avere dei maggiori chiarimenti e di parlare con i superiori; certo di un errore chiesi a gran voce di incontrare il comandante, di poter parlare con qualche ufficiale, con quelli che erano i miei riferimenti militari ma anche psicologici da mesi ormai. Mi misero alla porta ma paradossalmente dovettero avvisare mio padre che sarei stato dimesso perch ero ancora minorenne. A diciassette anni, seppur intelligente, non avevo la capacit di elaborare una situazione simile, non avevo la conoscenza storica dellepoca che stavo vivendo, non avevo gli strumenti per poter ricostruire il quadro dinsieme dei fatti in cui ero coinvolto.Vivevo il dolore di vedere tutti i miei sacrifici andare in fumo, la soffe-renza di patire una ingiustizia, il distacco da quel mondo che era il mio mondo, nel quale avevo vissuto in una psicologia condizionante per mesi

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    e mesi ventiquattro ore al giorno, armato e con ruoli di responsabilit per ritrovarmi di fronte ad un cancello, costretto a riprendere i panni di un minorenne, di un civile. ricordo infatti il mio dolore, il senso di vuoto che mi attanagliava, lassen-za di un perch certo con cui potermi confrontare, la velocit e limposi-zione verso luscita che mi sembr un lutto. In poche ore tutti i miei riferimenti furono perduti, ero solo, costretto a tornare civile in un mondo di civili che vedevano in me solo un muscoloso ragazzino, un minorenne. ricordo la paura che provai quando, salito sul treno che mi portava a roma, in abiti civili, indossavo infatti una orribile camicia hawaiana che un collega mi dette insieme ad un paio di jeans, parlando con una bella ragazza presente nello scompartimento questa mi chiese che lavoro facessi. domanda alla quale non seppi rispondere prendendo coscienza di quel che avevo subito, il furto della mia professione, del ruolo in cui mi ero identifi-cato, nel quale stavo crescendo e con cui mi confrontavo quotidianamente da mesi. non risposi, non seppi cosa rispondere. ricord che questa giovane bella ragazza, aveva venticinque anni, si chia-mava tatiana, mi guard, mi sorrise e mi chiese let, quando le dissi che avevo diciassette anni rimase a bocca aperta, disse che me ne dava almeno ventisette e che sembravo uno sbirro, una guardia disse con esattezza in romanesco, con quel fisico, con quello sguardo diretto e latteggiamen-to attento, costruito nei mesi e condizionato proprio dal tipo di lavoro, dallambiente nel quale lo sguardo fiero e locchio da duro era un marcato-re di valenza fra un soldato per scelta ed un soldato per disoccupazione.Capii in quel preciso momento che sarebbe stato difficile tornare ad essere un adolescente e soprattutto tornare ad essere un civile.Pochi giorni dopo il mio rientro a casa mi ero gi attivato per dimostrare lerrore che aveva causato il mio congedo.

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    nel novembre del 1985 un ufficiale medico della Folgore accert la com-pleta assenza di una patologia del mio cuore, quando sono stato invitato a raggiungere Camp darby perch uno dei miei parenti stava transitando da quelle parti con qualche americano dellambasciata che desiderava sa-lutarmi. Il colloquio fu di grande rinforzo, specialmente quando mi dissero di non preoccuparmi perch presto avrei indossato di nuovo luniforme, nel frat-tempo mi invitarono a prendere contatto con un sottufficiale americano della base con il quale iniziai un rapporto di amicizia che si protrasse per lungo tempo, che mi insegn molto, cose militari e non, mi offr un con-fronto umano fino a quando il telefono squill con linvito di raggiungere di nuovo la scuola allievi sottufficiali dellesercito Italiano per essere final-mente arruolato per la seconda volta. Questo avvenne nella primavera del 1986, nel periodo in cui reagan bom-bard Gheddafi come ritorsione militare per gli attentati imputati alla Li-bia contro gli interessi americani, quando la Folgore raggiunse Lampedusa perch furono lanciati dei missili dalla Libia; ero ormai cosciente dello scenario internazionale, dei blocchi, dei ruoli. Il periodo trascorso a Camp darby mi aveva consentito di capire e di cre-scere, di addestrarmi e di confrontarmi con chi, in prima persona, viveva le scelte del proprio governo laddove inviava le truppe in operazioni militari, con i ragazzi e gli uomini della 82 divisione delle forze speciali americane, con quelli dello spionaggio elettronico della sezione di Coltano, localit fra Pisa e Livorno da dove Guglielmo Marconi stabil le prime comunicazio-ni in cui sorgeva un centro dellintelligence americana della presunta rete denominata echelon, le cui aliquote di operatori erano impiegate nei vari teatri e nelle basi presenti in tutti il mondo, specialmente in Germania.dovetti rinunciare ai gradi ed alle qualifiche che avevo precedentemente raggiunto, iniziando tutto di nuovo da zero, come se non fossi mai stato

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    un militare prima di allora, fui cos inserito con il nuovo corso allievi sottufficiali, il 60. I miei colleghi del 58 corso erano ormai giunti alle scuole di specializza-zione, una volta concluso quel corso che mi fu impedito di terminare a causa di un certificato medico risultato immediatamente strano, errato alla prima visita medica di riscontro che effettuai presso vari ospedali militari. Mi informarono che anche i due miei amici e colleghi, che subirono il mio stesso trattamento con lespulsione dal 58 corso, erano stati entrambi di nuovo arruolati, uno presso la scuola sottufficiali della Marina e laltro in quella dellAeronautica Militare, entrambi furono, come me successiva-mente inseriti nelle truppe delite, il primo trov la morte contro le pale di un rotore di un elicottero, il secondo ancora un incursore della Marina.Questo fatto mi rese felice ma conferm la mia ipotesi che quegli eventi non furono una serie di singolari errori ma parte di un qualcosa che avrei tentato di comprendere e che desideravo capire per conoscere la causa del mio proscioglimento. Questo non per ragioni particolarmente eroiche ma ben pi pratiche, avrei dovuto essere un sergente paracadutista con uno stipendio ben pi elevato ed un corretto percorso di carriera, esattamente come lo erano i miei colleghi, mentre invece a causa di quel presunto erro-re medico ero stato costretto ad iniziare tutto daccapo.Infatti dedicai ogni istante a cercare di conoscere i motivi per i quali av-vennero quei congedi, individuandone le ragioni nella presenza dei civili allinterno del perimetro del deposito munizioni in cui facevamo sorve-glianza, alla polveriera, quelli che cacciavano i cinghiali nelle casse du-rante le loro presunte battute di caccia, come mi disse qualche superiore quando relazionai levento.non avevo pi quella sudditanza nei confronti dei superiori o della isti-tuzione stessa, i mesi trascorsi a Camp darby mi avevano consentito di comprendere molte cose, molte ipocrisie, molte differenze fra quel che

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    Singole Esperienze collettive

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    avrebbe dovuto sembrare e quel che effettivamente era la forza armata e le sue componenti. dentro la base avevo conosciuto gli operatori delle forze speciali italiane ed americane, avevo compreso che esistevano strutture non ortodosse, respiravo il clima di quel periodo che caratterizzava latmosfera di Camp darby; base che era molto importante, inserita negli equilibri mondiali mantenuti dai due blocchi contrapposti fra est ed ovest. Il muro di Berlino era ben saldo e nessuno ancora poteva immaginare che pochi anni dopo sarebbe crollato e con lui i due blocchi che hanno caratterizzato la guerra fredda per decenni. Il mio diciottesimo compleanno lo festeggiai con quella ragazza incontra-ta sul treno il giorno del mio congedo, tatiana, divenni maggiorenne e questo la sollev da ogni eventuale complicanza penale. ripresi il normale percorso scolastico e di addestramento fino a quando sono stato di nuovo prosciolto, questa volta senza tante scuse, mi fu detto che era un fatto che avrei dovuto accettare le cui ragioni le avrei comprese successivamente. I miei parenti allambasciata americana mi confermarono infatti che presto sarei stato di nuovo arruolato, direttamente alla Folgore e che nel frattem-po avrei soltanto dovuto riprendere i contatti con Camp darby. Cos feci fino a quando nel Settembre del 1987 sono stato arruolato nella Brigata Paracadutisti Folgore, nella quale dovetti simulare di non aver mai avuto esperienze militari prima di allora, dovetti comportarmi come un normale diciannovenne chiamato alle armi, come tutti gli altri giovani che si affac-ciavano per la prima volta alla vita militare. Sono stato inviato alla Smipar (scuola militare di paracadutismo) per ac-quisire il brevetto di paracadutista militare, una volta ottenuto sono stato quindi inviato al reparto operativo a Livorno, al 185, ove transitai nei ruo-li di carriera. Paradossalmente mi accolse proprio un sottufficiale che aveva fatto il 58 corso con me, che con me era parte di quel gruppo elitario di aspiranti paracadutisti, che con me aveva condiviso dieci mesi, gomito a

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    Let uniformata

    gomito. Il quale mi riconobbe ma non fece domande, aveva gi visto cose simili, colleghi che scomparivano per lungo tempo per poi tornare con gra-di diversi e con il foglio matricolare in bianco, ormai era dentro il mestiere e pensava che anche io fossi inserito in qualcosa del genere. Al reparto non esistevo, nel senso che cero ma non partecipavo alle sue attivit, dopo lalzabandiera andavo a Camp darby fino al pomeriggio quando tornavo in caserma e quindi me ne andavo a casa mia, vivevo ancora con i miei. Fino a quando nel Gennaio del 1988 sono stato definitivamente congeda-to dallesercito Italiano, dopo tre anni di una singolare carriera, dopo tre diversi arruolamenti e tre diversi congedi. Parlavo correttamente inglese e ancora non avevo ben compreso per chi lavorassi o che cosa avrei dovuto fare, il congedo fu la fine di una sorta di corso, durato ben tre anni. stato in questo periodo che ho potuto apprendere ed imparare a pedi-nare, ad attivare delle contromisure di sorveglianza, ad usare le armi, gli apparati radio, ad apprendere le tecniche e le procedure per operare in modo diverso dal classico militare di caserma, in modo ambiguo, strano, marginale ed emarginato, solitario. Alla Folgore mi sono sentito un fantasma, avevo atteso tanto per farne par-te ed ora che cero ero praticamente invisibile, inserito fra gli invisibili, lon-tano dal gruppo, dalla squadra, dal plotone, dagli altri. Parte di qualcosa di sconosciuto ai pi, di qualcosa di non facilmente interpretabile e molto difficile da spiegare, qualcosa che era definito una sorta di dispositivo del quale nulla sapevo. diciannove anni erano pochi, ma come diceva mio zio domenico, i miei po-chi anni contenevano gi molto perch avevo vissuto in quegli ultimi tre delle esperienze importanti che avevano consentito di concretizzare le mie qualit interne ed esterne, maturando una consapevolezza fuori dal comune.

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    Singole Esperienze collettive

    Per il resto del mondo ero un giovanissimo paracadutista, uno dei tanti, anonimo e assolutamente compatibile con quellambiente, per altri ero un sicuro e fidato collaboratore, come appare da alcuni rapporti informativi della difesa che mi riguardano. ero felice di aver comunque raggiunto il traguardo che mi ero prefissato, di aver superato le difficolt e gli ostacoli, sapevo che la Folgore era impegnata in tante operazioni non tutte cono-sciute ed alcune riservate, sapevo delloperazione in corso in Per e di altre, ero un giovane uomo pieno di energia, concentrato in particolare verso ci che la mia et mi stimolava, come le donne, la scoperta dei sentimenti, della passione, lautonomia lavorativa, lindipendenza economica, la moto ed i viaggi, cose da giovani. Mi aspettavo di essere chiamato a fare quelle missioni delle quali sentivo parlare dai colleghi pi anziani e dagli americani, quelle dove sparisci per un p per andare in qualche zona calda, daltronde i miei parenti mi ave-vano consentito di comprendere la seriet del lavoro dellufficio ove erano impiegati e mimmaginavo una sorta di attivit del genere nel mio prossi-mo futuro, anche se avevo dismesso luniforme, ma in fondo non ero cos interessato a fare la vita di caserma. un ufficiale mi disse sarcasticamente che ero un ottimo soldato ma un pessimo militare.non mi sarei mai aspettato invece quel che accaduto nel Marzo del 1988, quando sette carabinieri hanno suonato alla mia porta e mi hanno arresta-to. diciannove anni erano pochi, anche se ne dimostravo ventisette, erano pochi per vedermi ammanettato.

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    ArIA o SALettA?

    Il carcere un contenitore di libert. non c nulla di poetico in carcere se non la poesia dei carcerati per evadere dalla propria detenzione. ogni cosa dentro il carcere psicologicamente studiata, dai colori delle mura alla ge-stione dei rumori delle sbarre e delle porte blindate. non c nulla dentro il carcere se non la psicologia pura nella espressione dei suoi meccanismi difensivi per fuggire da quella realt dolorosa quale la consapevolezza della propria prigionia. vieni dalla libert? Mi chiese una guardia mentre mi stavano introducen-do allinterno del carcere nel quale sarei rimasto per settantasette giorni. non risposi come non risposi mai pi a nessuna domanda, a nessuna of-fesa, a nessuna provocazione, se non con cenni facciali e accenni gutturali per rispondere positivamente o negativamente alle sole domande che mi hanno fatto mentre stavo dentro una gabbia, aria o saletta?. 19 anni erano pochi per essere contenuto dentro una cella, erano il fulcro della libert per qualsiasi adolescente in evoluzione, proteso verso la vita e le scoperte che la vita consentiva di esperire. Mi sono accorto di essere un ragazzo, un ragazzo di diciannove anni mentre la cella mi fu chiusa alle spalle della sezione in cui mi parcheggiarono, nel momento in cui la guar-dia chiuse la blindata con le mandate, il cui suono mi rimasto impresso nella memoria per anni. da quellesatto momento non ho pi avuto ter-rore di nulla, da quel momento la paura non stata pi il mio sensore ma una sorta di siringa per adrenalina. Il carcere un contenitore di libert. Parola che non avevo mai effettiva-mente preso in esame; sembrava cos scontata la libert durante le mie

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    lunghe passeggiate nei boschi, le mie nuotate in mare aperto, le mie gite in motocicletta, i miei voli con il paracadute, durante lespressione dei senti-menti e della passione dellamore. non ero pi libero ma un detenuto contenuto dentro un contenitore di detenuti, oggetti e non pi soggetti, cose di una casa circondariale.dei prigionieri. ero e mi consideravo un prigioniero e non un detenuto, il mio essere sol-dato non era venuto meno solo perch poche settimane prima ero stato posto in licenza illimitata senza assegni dallesercito, in attesa di congedo. I giorni passavano nel nulla pi assoluto, caratterizzato dalla mia scelta di andare in saletta o allaria durante lora consentita per uscire da quei centi-metri della cella. niente se non la mortificazione dei toni delle guardie, le botte che prendevo per il mio rifiuto di chiamare superiore le guardie stes-se. Infatti questo era il termine con il quale pretendevano di essere appellate altrimenti non rispondevano a nessuna richiesta, che doveva essere obbliga-toriamente fatta per scritto attraverso il modulo detto la domandina, da richiedere alla guardia tramite la manifestazione di sudditanza chiamando-lo appunto superiore. ero stato un soldato per oltre tre anni, un paraca-dutista, assistere a uomini in uniforme che si comportavano da persecutori mi rendeva solo rabbioso e non vittima delle loro angherie, anche laddove prendevo le botte o quando mi portavano alle cellette per somministrarmi una serie di trattamenti molto violenti, soprattutto psicologicamente vio-lenti. Fortunatamente laddestramento ricevuto e le mortificazioni vissute durante gli anni in uniforme mi hanno consentito di affrontare quella espe-rienza, alla quale non era possibile reagire ma solo resistere. La minaccia costante che mi veniva fatta era quella di una relazione negati-va o di una denuncia da parte di una guardia, che avrebbe potuto non solo peggiorare la situazione attuale ma anche svilupparne nuove e ben peggiori fino ad allungare la permanenza in carcere.

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    Aria o saletta?

    I giorni passavano ed io giocavo alla libert, immaginandomi gli spazi amati, immaginandone i colori che mi hanno fatto innamorare degli spazi liberi come il verde del prato, lazzurro del cielo ed il blu del mare. Giocavo alla libert mentre scrivevo parole piene damore alla fidanzatina che avevo, unamica dinfanzia, una compagna di scuola, una vicina di casa che poco dopo divenne una poliziotta. non smetter mai di ringraziarla, perch se sono riuscito a resistere dentro quella gabbia lo devo anche a lei ed al suo meraviglioso modo di amare lamore, con lintelligenza e lironia, anche nei momenti terribili come quelli, per due diciannovenni che eravamo; affacciati alla finestra della vita, gi decisi sul nostro futuro, incapaci di re-agire a quel trauma se non con la fantasia dellamore che abbiamo espresso in tanti fogli bianchi colorati di emozioni, con i quali ci scambiavamo i pensieri autistici dellamore contenuto dentro una gabbia, nella quale ero solo un cane e non avevo nemmeno il diritto di abbaiare. dopo un paio di settimane una guardia mi port dentro una stanza, ogni volta che uscivo dalla mia gabbia, ad ogni passaggio attraverso ogni singola porta, cancello o blindata che fosse subivo una perquisizione. Collega cos si chiamavano fra di loro le guardie nellavvisarsi mentre raggiungevamo un filtro, un cancello o un ufficio. non ho mai sentito o saputo un loro nome se non quello di una guardia che avevo conosciuto prima del mio arresto, il quale quando mi ha visto giungere in carcere mi ha guardato con gli occhi sorpresi e sofferenti, in silenzio, in quei pochi secondi in cui ci siamo guardati abbiamo deciso di non esserci mai conosciuti prima. nella stanza incontrai un uomo che avr avuto pi o meno una quarantina di anni, aspetto militare, che non avevo mai visto prima. Mi chiese infatti se avessi avuto limpressione di conoscerlo o di averlo visto da qualche parte durante il mio servizio militare. Mi chiamava per nome, Fabio, stra-no per un militare pensai, generalmente si rivolgevano nei miei confronti sempre con il cognome, col grado oppure con qualche simpatico sopran-

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    Singole Esperienze collettive

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    nome stimolato dal mio stesso cognome, con tutte le sue possibili interpre-tazioni. non si qualific, non disse a quale reparto apparteneva, non disse nemmeno di essere parte di una amministrazione dello Stato, quel giorno si limit a guardarmi, a chiamarmi per nome e ad osservarmi. Ascolt il mio silenzio per una decina di minuti poi se ne and. Avevo deciso di non avere alcun rapporto con gli altri detenuti, nessu-na forma di amicizia, nessun contatto oltre quelli obbligatori o necessari, nessuna relazione. daltronde per loro ero una sorta di sbirro e non mi vedevano di buon occhio, capirono solo che non ero amato dalle guardie dalle volte in cui prendevo le botte o quando tornavo dalle cellette con il viso gonfio di schiaffi e solette. La saletta era una stanza di poco pi grande della cella, ma sempre troppo piccola per contenere tutti i detenuti di quel braccio, nella quale avevamo la possibilit di giocare a scacchi oppure di leggere qualcosa. Laria era semplicemente un cortile murato ove muoversi, correre in circolo come i topi, giocare a calcio. La saletta era anche il luogo ove assemblarci durante le perquisizioni generali, quelle grosse, fatte in ogni cella con lausilio dei cani; rinchiusi in questa saletta, nudi, mentre le guardie, che non erano le solite della sezione ma di un altro reparto, controllavano e devastavano quel poco che avevamo nelle celle. In cella daltronde era possibile ave-re ben poco oltre la chiave del piccolo armadietto situato allesterno, per aprire il quale occorreva chiamare un superiore e chiedere gli oggetti per luso quotidiano che vi erano riposti, il cibo comprato a caro prezzo dallo spesino ed altre cose.Qualche giorno pi tardi sono stato di nuovo portato al cospetto dello stesso uomo, il quale questa volta mi disse quel che avrei dovuto fare, cio la spugna, semplicemente la spugna. Assorbire notizie ed informazioni e riportarle a lui o a qualche altro suo delegato. non si qualific, non disse nulla altro se non le indicazioni relative ai due detenuti dai quali

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    Aria o saletta?

    avrei dovuto captare notizie, senza cercarle, solo assorbirle laddove sentite; erano due uomini coinvolti in fatti di sangue, di armi e di eversione, con omicidi sulla coscienza e senza coscienza sugli omicidi commessi in danno di altri detenuti. Anni dopo riconobbi questuomo in un ufficiale paracadutista, transitato dalla Folgore al Sismi, indicato da una fonte qualificata, un ambasciatore, di essere un appartenente alla Falange Armata, un operatore dellufficio K della settima divisione del Sismi, quella di Gladio.

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    In noMe deL PoPoLo ItALIAno

    I ferri da campagna, cos erano chiamati i braccialetti di metallo con le maglie e la catena, mi stringevano i polsi tanto da farmi male mentre le guardie mi trasferivano dal cellulare al tribunale per essere processato. La lunga catena mi teneva legato a loro come un guinzaglio che sembrava non finire mai. Mi misero dentro una gabbia nellaula del tribunale, offerto agli occhi di tutti coloro presenti. Inizi il dibattimento che ripercorse le varie fasi dei presunti fatti che causarono il mio arresto, degne di essere valutate e comprese per capire quanto era facile, per chiunque, finire in galera con il vecchio codice penale, quello prima della riforma del 1989, anche senza particolari intenzioni di incastrare qualcuno da parte di qual-che poliziotto ossessionato dal proprio ruolo, dal bisogno di emergere e di raccogliere encomi. nel dicembre del 1986 un noto transessuale, prostituta abituale, raggiun-se una piccola stazione dei Carabinieri per denunciare che la notte prima aveva subito un furto, uno stereo portatile e 300.000 lire, da parte di un giovane con il quale aveva avuto un rapporto sessuale dentro la sua abi-tazione. Indic il giovane come un militare, un amico del suo fidanzato, anche questo militare, che il transessuale disse essere un carabiniere, un carabiniere paracadutista. nel corso di pochi giorni egli cambi per tre volte i contenuti della sua de-nuncia senza mai indicarmi o segnalare nulla che potesse essere ricondotto a me, fino a quando disse di avermi riconosciuto dentro un pub. Indic ai Carabinieri il mio nome ed il mio cognome che asser di averli estratti da un mio documento didentit che qualcuno gli mostr. In effetti ricordo che una sera del marzo 1987, mentre mi trovavo dentro un noto pub cit-

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    Singole Esperienze collettive

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    tadino, in compagnia di due incursori paracadutisti, notai la presenza di questo transessuale, molto noto in citt, insieme ad un ragazzo che sapevo essere un carabiniere paracadutista. Mi fu presentato e mi chiese notizie circa un altro carabiniere paracadutista che avevo probabilmente conosciuto, chiedendomi se avessi saputo qual-cosa circa la sua attuale destinazione che indic in una caserma di Bologna, nella quale poco tempo dopo avverr un massacro di Carabinieri.Qualche giorno dopo alcuni carabinieri perquisirono la mia abitazione dicendomi che ero stato accusato di rapina in danno del transessuale e che cercavano lo stereo ed i soldi che secondo questi gli avrei rubato durante il rapporto sessuale che, sempre secondo quanto detto dal tran-sessuale, avremmo avuto il 16 dicembre 1986. negai ogni addebito e accompagnai i carabinieri, diretti dal comandante della stazione nella quale il transessuale aveva sporto la denuncia nella mia stanza, ove trova-rono e sequestrarono un pugnale tipo militare ed una pistola giocattolo, la riproduzione di quella vera, ma a salve. non fu trovato nessun oggetto riconducibile alla presunta rapina. nel frattempo proseguivo la mia strana carriera militare presso i vari reparti, non seppi pi nulla per un anno fino al giorno del mio arresto avvenuto nel mese di marzo dellanno successivo, giustificato dalla richiesta della custodia cautelare in carcere per il pericolo di fuga e dinquinamento delle prove.Arresto richiesto con queste motivazioni a distanza di quindici mesi dal presunto evento, mesi nei quali sarei potuto fuggire o avrei avuto il modo di inquinare qualsiasi prova. Mesi nei quali ho servito lo Stato ricevendo rapporti informativi e note caratteristiche pi che positive. Il processo fu caratterizzato dalla ilarit da parte degli astanti per gli argo-menti trattati e per il modo che il transessuale aveva di raccontare i fatti, contraddicendosi molto spesso, incalzato dalle domande del mio avvocato, un principe del foro livornese grande amante de il Vernacoliere.

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    In nome del popolo italiano

    Levento che fece realmente ridere tutti fu quando il giudice chiese al tran-sessuale di riconoscermi ed indicarmi, il quale aveva la scelta di indivi-duarmi fra me ed una ragazza di colore che mi stava accanto, non sbagli. Questo fatto stimol quella mia reazione emotiva che avevo contenuto nei lunghi mesi di prigionia. Sono stato condannato al massimo della pena, anni tre e mesi uno di reclusione con linterdizione dai pubblici uffici per anni cinque, per i reati di rapina e di armi.Avevo gi trascorso settantasette giorni in carcere e la prospettiva di pas-sarci degli altri anni mi gel il sangue. non rimasi soltanto colpito dalla condanna, per armi in special modo, ma dalla sua entit, il massimo della pena per un diciannovenne incensu-rato, che fino ad allora aveva fatto il militare di carriera, che nel periodo nel quale fu consumato il presunto reato aveva compiuto diciotto anni da pochi mesi. Soprattutto ero deluso dal fatto che non riuscii a dimostrare che nei giorni in cui il transessuale disse che avvenne il fatto, ero alla base americana ederle di Vicenza.durante il viaggio di rientro in carcere sviluppai con limmaginazione un piano di fuga, avrei potuto colpire la guardia alla mia destra, disarmarla e minacciare laltra per togliermi i ferri, quindi evadere e raggiungere la Francia. Purtroppo il tragitto fu pi breve della mia fantasia e arrivammo al carcere prima della fine della mia fantasiosa fuga. ero scioccato, condan-nato al massimo delle pena per qualcosa che non solo non avevo mai fatto, ma che da quanto emerse al processo era evidente che non fosse mai av-venuto. Pensai che probabilmente quella era una sorta di missione, pensai che da fare solo la spugna sarei stato inoltrato in qualche altro carcere per infiltrarmi in chiss quale gruppo eversivo, che la condanna per armi era probabilmente una sorta di biglietto da visita per accreditarmi in qualche modo verso la criminalit che avrei dovuto infiltrare. Volli pensare questo

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    per non affrontare il pensiero che ero stato condannato a tre anni ed un mese di galera, che non ero pi un incensurato, che la mia fedina penale era stata sporcata. Avevo solo diciannove anni. Qualche ora dopo, mentre ero nella mia gabbia subendo le grida degli altri detenuti enfatizzati dalla notizia della mia condanna, mi raggiunse una guardia dicendomi che era giunto lordine di scarcerazione e che sarei stato trasferito agli arresti domiciliari, ove rimasi per altri cinque mesi. Il carcere stato il contenitore della mia libert mentre gli arresti domici-liari furono la mia libert contenuta. Vedevo tutto ci che non potevo fare, dalla semplice passeggiata alla possi-bilit di evadere. erano una vera tortura psicologica, ove avevo tutto rispet-to al nulla del carcere, mangiavo, avevo i miei affetti vicino, non cerano le guardie a prendermi a botte, ma sono stati ben peggiori del carcere perch ai domiciliari ero la guardia di me stesso, ero il mio principale persecutore. Ho festeggiato i miei venti anni di et da prigioniero, fu un complean-no triste con le candele spente. un giorno squill il telefono e qualcuno dallaltra parte della cornetta mi disse che ero stato rimesso in libert. nonostante la mia giovane et ed il trauma che avevo vissuto, iniziato sin dal mio primo strano congedo del 1985 fino al giorno del mio arresto, cercai di capire in cosa ero stato coinvolto, sforzandomi di analizzare ogni fatto al quale avevo partecipato o che avevo potuto sapere durante la mia permanenza nelle varie caserme italiane oppure a Camp darby. dal 1985 al 1988 la mia vita stata caratterizzata dalla carriera militare, dalle basi americane, dai paracadutisti. In qualche modo il soggetto che mi aveva denunciato era riconducibile a questi elementi. era un informa-tore dei carabinieri, il suo fidanzato come egli ha ammesso e dichiarato in atti era un carabiniere paracadutista, che avevo conosciuto dentro Camp darby. La sera che lo incontrai al pub ero con due incursori che lo co-noscevano, anchessi presenti spesso a Camp darby i quali assistettero al

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    In nome del popolo italiano

    nostro colloquio, mentre era in compagnia di un altro carabiniere para-cadutista spesso presente alla base americana. Ancora non sapevo che uno di questi due incursori, entrambi transitati dal Col Moschin al Sismi, era un collaboratore del soggetto che mi chiese di fare la spugna. Ancora non sapevo che laltro incursore lo avrei rivisto durante il confronto che avrei svolto alla Procura di Livorno venti anno dopo, relativo le indagini della tragedia del traghetto Moby Prince. Ancora non sapevo che il giudice che dispose il mio arresto sarebbe stato a sua volta arrestato e che un altro giudice aveva il figlio tossicodipendente che prendeva la roba dallo stesso fornitore del transessuale e di suo nipote, questultimo poi morto per overdose, tutti confidenti della polizia e dei carabinieri.nel momento in cui appena liberato andai a tuffarmi in mare aperto, men-tre nuotavo, sapevo solo che avrei impiegato ogni mia risorsa per dimostra-re la mia innocenza, per dire ai miei genitori che loro figlio aveva patito quella tortura, e loro con me, senza colpa. Il mare mi accolse ancora una volta con tutta la sua energia, era freddo, provai una profonda sensazione di benessere, ad ogni bracciata lacqua si mischiava con le mie lacrime, le mie lacrime erano libere ed io con loro. Quando incontrai i miei due parenti che lavoravano allinterno dellam-basciata americana di roma, mio cugino Massimo e mio zio domenico impiegati al controspionaggio militare, mi dissero che quanto mi era acca-duto era terribile, ma che ero stato considerato dai loro amici positivamen-te per come avevo reagito, resistito e superato levento senza mai perdere la calma. Che presto avrei avuto modo di riprendere la mia vita, di fare il mio lavoro, lunico che sapevo fare e che avevo fatto negli ultimi quattro anni dei miei venti anagrafici, il lavoro del soldato.

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    LeGIo PAtrIA noStrA

    Aubagne mi ha visto arrivare a bordo di una motocicletta con la pioggia dinverno, che abbandonai poco prima il cancello dentrata del quartier generale della Legione Straniera francese, il quale sembrava la bocca di un imbuto che ingoiava centinaia di vite, per farle sparire e rinascere con un kep blanc calzato in testa, dopo aver distrutto e ricostruito la personalit e la persona che aveva scelto di arruolarsi in questo mitico e mitizzato reparto militare. Mi accolse un legionario di origine ispanica, il quale dopo avermi intro-dotto allinterno di alcuni locali mi prese i documenti, mi guard, sorrise beffardamente e mi salut in francese. dentro la caserma la vita era simile a tutte le altre organizzazioni militari, cambiava solo il tipo di uniforme ed i toni della cadenza che guidava la marcia, che nella Legione era molto pi lenta rispetto agli altri reparti, con un passo dolce, cantato, leggero. Mi dettero una tuta ginnica con i colori della Legione, rosso e verde, raggiunsi uno stanzone dove trovai gli altri aspiranti legionari, provenienti da mezzo mondo, molti giovani, alcuni giovanissimi, qualcuno giunto in gruppo, altri, come me, da soli.La giornata era strutturata con adunate generali, chiamate con un fischio, nelle quali alcuni legionari ci spiegavano, in francese, le attivit da svol-gere, quindi dallattesa dietro il piazzale, ove cera un grosso albero ed una sorta di cortile sterrato, nel quale ci radunavamo in attesa del fischio, senza nessun legionario a controllarci; le risse erano frequenti, qualche cazzotto volava sempre fra i pi nervosi, forse i pi indecisi. Cera di tutto, ragazzi in fuga da mandati di cattura, uomini in cerca di una nuova vita,

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    Singole Esperienze collettive

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    ex militari innamorati del proprio lavoro, sognatori, frustrati, delinquen-ti, vittime, varia umanit che la Legione avrebbe accolto, forgiato e reso strumento per il governo francese.La gestap era la sezione della polizia militare della Legione Straniera, ove incontrai un ufficiale che mi fece alcune domande, mi presero le im-pronte, non ricordo se mi fecero anche la fotografia, ricordo invece il commento di un legionario che sorridendo disse che sapevo come usare il tampone dellinchiostro, facendomi cos capire che le informazioni su di me le avevano gi prese. Cera un giovane ragazzo bianco proveniente dal Sud Africa, che parlava uno strano inglese ed uno strano francese, avr avuto diciotto anni, con il quale feci coppia sia in camerata che nel cortile dattesa, difendendoci uno con laltro contro qualche scatto di rabbia di uno dei tanti disperati, specialmente quelli che non avevano scelto la Legione ma che non aveva-no altra scelta nella vita, forse inseriti nella lista catturandi del loro paese dorigine, forse semplicemente disperati che mal digerivano gli ordini e linquadramento militare, specialmente quello della Legione Straniera che non era certo un luogo di educande.Alla momento della firma del contratto parlai con un ufficiale che mi spie-g che per i prossimi cinque anni sarei stato propriet della Legione Stra-niera francese, che avrei potuto cambiare il mio nome, che al termine della ferma avrei potuto continuare la carriera militare oppure tornare alla vita civile con un nome nuovo e la nazionalit francese, che il fatto che ero gi stato un paracadutista non contava nulla e che per diventare un par della Legione avrei dovuto eccellere in ogni attivit. nellufficio cera anche un legionario che mi parl in italiano, infatti era italiano, il quale dopo che fir-mai il contratto mi port alla vestizione, ove ricevetti una uniforme verde da lavoro per affrontare le settimane successive, caratterizzate da un colore di un nastrino che cambiava in base al superamento di alcune selezioni,

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    Legio Patria Nostra

    fino a raggiungere larruolamento e linvio presso la scuola di addestra-mento nella quale dopo alcuni mesi di corso i soldati avrebbero ricevuto lemblema della Legione Straniera, il kep blanc, con una caratteristica ce-rimonia, fra canti e fal, fino al grido del motto legio patria nostra che suggellava lentrata nel mito.non raggiunsi mai quel momento, me ne andai prima, nonostante avessi gi firmato il contratto, ma ebbi modo di scambiare due parole con un americano che, portandomi i saluti di mio cugino Massimo, mi propose di entrare in alcune strutture private, ove portare la mia esperienza e la mia voglia di imparare, ove avrei potuto continuare a fare il soldato senza le costrizioni di un reparto militare.Londra sembrava un grosso nuvolone con la gente sotto, non mi piaceva, era fredda, umida e soprattutto grigia, mi mancava il mare, il sole che in quella citt non ho mai visto; fortunatamente il tempo era poco perch lo impe-gnavo tutto nellimparare questo mio nuovo lavoro, quello del consulente privato per la sicurezza, inserito allinterno di un dedalo di societ private in-ternazionali, la maggior parte americane ed israeliane, che offrivano i pi vari servizi di sicurezza e di intelligence alle grandi industrie, a qualche governo, ai grandi finanzieri, agli investitori nei paesi considerati ad elevato rischio, quelli nei quali cera una guerra in corso, cera stata oppure avrebbe potuto esserci in base ai rapporti della valutazione del rischio stilati dagli operatori in teatro che misuravano la febbre ai vari leaders delle fazioni in lotta, special-mente nei paesi africani. Stavo imparando larte della captazione, del pedi-namento e delle contromisure di sorveglianza, stavo imparando a dossierare, a compilare e valutare i rapporti informativi descriventi persone e strutture, fatti e situazioni, mi addestravo fisicamente e mentalmente per affrontare le difficolt che avrei incontrato nei teatri operativi, stavo imparando le lingue in attesa di raggiungere il prossimo paese di destinazione, la Germania est; era il 1989, avevo ventuno anni e stavo ringiovanendo.

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    CHeCK PoInt CHArLIe 1989

    Il treno era freddo, molto freddo, stavo viaggiando di notte in Germa-nia diretto a Berlino, quando vidi per la prima volta due guardie della Germania est che erano salite a bordo per il controllo dei documenti dei viaggiatori, era cos strano vedere di persona il simbolo della guerra fred-da, il nemico che mi avevano insegnato a temere, quello protagonista dei tanti film nei quali Berlino era sempre stata rappresentata con un velo di romanticismo e di tristezza; in realt lunico film che ben mi ricordavo era stato noi i ragazzi dello zoo di Berlino e tanto romantica quella citt non mi apparse, come poco gentili furono i due militari della Germania est, che marciavano in modo cos marziale anche mentre camminavano; pensai per questo a quanto doveva essere stato pressante il condizionamento che avevano subito e che probabilmente doveva essere costante durante tutta la loro giornata. Al mattino raggiunsi Berlino ovest, lo zoo del film, cio la stazione ferro-viaria; la citt era divisa nei settori inglese, americano, francese e quindi la Berlino est, dinfluenza sovietica, triste.Provai delle sensazioni strane, non avevo mai patito tanto freddo quanto quel giorno, capii di essere molto lontano da casa, capii di essere immerso nella parentesi della storia, al centro dellasse che equilibrava gli scenari mondiali, in una citt distrutta e ricostruita sopra quella vecchia; la palude, questo significava Berlino, un tempo sede di quella pazzia che era stato il nazismo i cui simboli potevo vederli ancora in alcuni vecchi angoli della citt mai ricostruiti, le cui conseguenze erano davanti ai miei occhi, una citt divisa, fredda, grigia e triste, molto triste.

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    I giorni trascorsero e piano piano imparai a muovermi allinterno della citt, fra i vari settori, specialmente imparai a capire che il Check Point Charlie chiu-deva alle ventitre e che dopo sarebbe stato molto difficile tornare nel settore occidentale senza incappare negli incessanti controlli della polizia dellest, molto simile ai personaggi dei film, con i loro vestiti neri di finta pelle, le espressioni serie e quellatteggiamento di perenne incazzatura, daltronde non che facessero una vita particolarmente brillante oltre quel muro.Conobbi Sabine, una meravigliosa giovane ragazza di Berlino est che ama-va pattinare, la incontrai in uno dei miei primi passi dallaltra parte del muro, diffidandone subito convinto che fosse una sorta di guardia intenta a capire i motivi delle mie visite, con la quale imparai larte della terribile colazione dellest formata da cibo dagli strani sapori, forti ed acuti. nel settore ovest mi spacciavo per un bisessuale italiano in cerca di libert, in fuga dalla oppressione italiana e speranzoso di trovare nella citt aperta di Berlino laccoglienza gradita fra la numerosa comunit gay, bisex, lesbo presente in citt, con i suoi locali, le sue strade a tema, la sua atmosfera di libert come se fosse lultimo giorno sulla terra.Il mio lavoro consisteva nel mettere in pratica quello che avevo imparato a Londra, cio penetrare gli obiettivi dinteresse, di volta in volta indicati da coloro con cui collaboravo; obiettivi, cio persone, di cui poco sapevo, che frequentavano quei locali bisex nei quali io stesso mi ero inserito, che avvicinavo fino a farmi portare nella loro casa o nella loro auto, ove poter piazzare degli ambientali, prima di abbandonarli senza averne soddisfatto i desideri, con uno dei migliori metodi per non stimolare la loro ira o la loro curiosit, il vomito, bastava infatti simulare di vomitare e sputacchiare qua e l per ridurre ogni velleit sessuale nei miei confronti, giustificando che come italiano non ero abituato a bere tutta quella birra, scoraggiandoli cos dal persistere ogni approccio sessuale, da rimandare a tempo indeter-minato, mai. un pomeriggio mentre ero nel settore est ho assistito a come

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    Check Point Charlie 1989

    la storia pu cambiare in un secondo, vidi la gente radunarsi come mai prima, con le guardie che avevano delle espressioni fra il sorpreso ed il cu-rioso, Sabine abbandon i suoi pattini, mi prese la mano e mi disse di cor-rere via, di tornare allovest perch non capiva quel che stava accadendo ma sapeva quanto era elevato il rischio di finire in mezzo ad una sparatoria, co-nosceva la violenza delle guardie, riconobbe le macchine degli uomini della famigerata Stasi, corse dai suoi genitori che nel frattempo la raggiunsero con la loro piccola Trabant, unauto strana e buffa, simile alla nsu Prinz che aveva avuto mia madre prima di rinunciare a guidarla, dopo averla battuta contro ogni cosa in movimento. Le dissero che non sapevano cosa stava accadendo ma che era qualcosa di grande, mi sembrava di essere stato proiettato in un passato remoto, con i colori, gli abiti, latteggiamento ed il comportamento di quella gente, i cui sguardi esprimevano tanta paura ma anche la speranza che qualcosa potesse cambiare. entrai anche io in quella strana scatola di metallo con le ruote piccole, che puzzava di miscela, ricor-dandomi la mia vespa 125 ET3 primavera che avevo avuto qualche anno prima, ereditata da mio fratello. raggiungemmo una fila di altre macchine, molte Trabant e qualche altra appena pi grande, piene di gente, non era mai accaduto prima che a Berlino est si potessero riunire cos tante persone senza che le guardie ini-ziassero a sparare, anche se lanciavano lacqua con gli idranti, che si gelava addosso dal freddo che cera, stimolando delle danze spontanee simili a quelle che facevano i deportati nei capi di concentramento. era il 9 novembre 1989.Quella sera ho avuto lopportunit di fare la pace con la mia libert, perduta dentro un carcere italiano e mai ritrovata nonostante lapertura della cella, perch la libert uno stato danimo e non solo la possibilit di muoversi. La folla cresceva di ora in ora, sfidando quei pochi poliziotti che ancora non si erano resi conto che anche loro erano di fronte alla possibilit di la-

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    sciare quel luogo triste e grigio, i quali manganellavano qualcuno di tanto in tanto, fino a comprendere la stupidit di quel gesto, fino a diventare essi stessi folla, che premeva contro un muro orribile, il quale dividendo Berli-no aveva diviso il mondo intero; sparirono le armi ed apparsero i picconi, le mazze, qualcuno arriv con una ruspa vecchia, ma non riusc a fare nulla perch nel frattempo si guast.da una parte e dallaltra del muro la gente si radunava, chiedendone a gran voce labbattimento, le guardie sopra il muro stesso avevano riposto le armi ed ormai erano solo il simbolo di unepoca finita, caduta come stava per cadere il muro, non crollato ma smembrato pezzo per pezzo, parete per parete, sgranellato dalle tante unghiate di libert, come piccoli morsi di topi ansiosi di fuggire dalla gabbia. Sabine piangeva e rideva, il padre aveva sognato di poter rivedere la sorella rimasta allovest durante la costruzione del muro, la madre era invece fer-ma, immobile dentro la piccola macchina, incredula; cerano stati molti morti prima di allora a causa degli spari delle guardie che colpivano chiun-que avesse tentato di superare quel muro, ed ora quel mostro si era aperto, crollato sotto il suo stesso peso, pronto ad accogliere le speranze ed i sogni dei tanti berlinesi dellest che in fretta e furia avevano caricato le piccole macchine e si erano messi in fila per passare allovest, fuggire via da quel mondo vincolante e pressante, dal controllo della Stasi, dalle delazioni, dai comitati, dalla burocrazia, dalla povert e soprattutto dal contenimento fisico e culturale opprimente e deprimente.Con Sabine ci perdemmo nella folla, non lho pi rivista, non ho pi sa-puto nulla di lei e della sua famiglia, ogni tanto mimmagino che star pat-tinando in qualche citt tedesca con i suoi figli, ai quali racconter come croll il muro di Berlino, in compagnia di quel ragazzo italiano che parlava tedesco con un terribile accento toscaneggiante, che riusc a cucinare degli spaghetti alla carbonara allinterno di una bettola dalle parti di Alexander

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    Check Point Charlie 1989

    Platz, per dei palati che poco capirono del gusto ma che apprezzarono il coraggio della libert trasformato in una mangiata collettiva, la quale era vietata e che mi costrinse a restare clandestinamente allest perch avevo ormai superato le ventitre, lora del rientro dal Check Point Charlie, da dove passai il giorno dopo con tutta la folla senza pi tanti controlli, infatti molti occidentali approfittarono di quel momento per rientrare allovest dopo essere stati clandestinamente allest, ognuno per le proprie ragioni.Poi la vita riprese il suo corso, con altri controlli, meno marziali ma pre-senti, fino allo smantellamento dei settori in cui era stata divisa Berlino e la sua progressiva ricostruzione.Berlino stata la citt pi ricostruita al mondo, che nasconde unaltra citt nel suo sottosuolo, quella citt che il nazismo avrebbe voluto pi grande ed imperiale di roma per manifestare il dominio sul mondo, dopo aver sterminato i nemici, dopo aver distrutto la vita di milioni di persone; un sottosuolo ancora pieno di bunker, di dedali di viuzze costruite per difen-dersi dagli incessanti bombardamenti degli alleati durante la seconda guerra mondiale, con cucine, ospedali, caserme, uffici postali, birrerie, tutte nasco-ste sottoterra, compreso il bunker nel quale Hitler pose fine alla sua vita.La caduta di quel muro mi ha consentito di elaborare parte del trauma patito con la mia prigionia, ho ritrovato il senso della libert, la gioia della libert e soprattutto la capacit di crescere, di riconoscere la mia et, quella di un ragazzo di ventuno anni, felice anche di giocare allinterno di un lavoro serio, allinterno di fatti molto pi grandi di me, nei quali ero parte, comparsa, spettatore. Man mano che i giorni passavano iniziai a capire che la caduta di quel muro fu troppo repentina per non rappresentare un rischio di ulteriori crolli, come la storia poco dopo conferm.una sera incontrai un vecchio berlinese, che aveva bevuto molto, eravamo seduti sui gradini delle fontane dellEuropa Palace, mi piaceva ascoltarlo, conosceva qualche parola di italiano perch aveva combattuto sul fronte di

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    Singole Esperienze collettive

    Cassino durante la guerra, mi raccont la sua storia, simile a quella di tanti giovani berlinesi di allora; parlava del potere di Hitler, dellenorme mac-china del nazismo, delle sfilate nei viali nei quali si radunavano centinaia di migliaia di persone inneggianti, di quei soldati alti e fieri, delle mille bandiere, dei cavalli, dei canti, descriveva i fatti come se quella bottiglia di un liquore indefinito fosse una sorta di macchina del tempo, i suoi occhi erano una cinepresa capace di mostrarmi le immagini dei suoi ricordi, che potevo vedere oltre che ascoltarli dalle sue parole alcolizzate. Mi raccont la guerra del pane, quando, poco dopo la presa di Berlino i sovietici lancia-vano il pane alla folla di civili affamati, poco alla volta perch si divertivano a vederli scannare fra loro, spinti dalla fame. Mi raccont quando una sua amica gli forn i vestiti del marito morto sotto le bombe, ancora sporchi di sangue, permettendogli cos di non essere ucciso sul posto se avesse ancora indossato la sua uniforme di soldato tedesco. Mi raccont quando, dopo la guerra, si spos ed ebbe i suoi figli, poi la sua sconfitta come marito e come padre ed ora stava l, accanto ad un perfetto sconosciuto, solo, in attesa che la cirrosi epatica se lo portasse via, ormai vecchio e stanco anche dei suoi stessi ricordi. Si chiamava Peter, mor tre mesi dopo, trovato assiderato non lontano dallo zoo di Berlino, che dava il nome alla stazione ed al giardino zoologico, formato anche da tante per-sone che si erano perse, diventando animali, perdendo il ruolo di uomini per restare solo delle presenze, che si estinguevano per droga, per fame, per freddo ed anche per quella vecchiaia che si portava via la memoria di unepoca fatta di uomini alti e biondi, cavalli e mille bandiere, troppe per restare al vento, i cui drappi coprono ancora gli occhi sulla storia dalla quale non abbiamo imparato nulla.

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    IL SorrISo dI un PAdre CHe Muore

    nel 1991 tornai in Italia per qualche tempo, mio padre aveva scoperto di essere il contenitore di un terribile tumore che se lo stava mangiando ed intendevo stargli vicino, come al resto della mia famiglia nel percorso che dovemmo affrontare fino alla sua morte, fatto di chemioterapia, di radio-terapia, di dolore, di medicazioni, di speranze e di delusioni, di negazione e di realt, fino alla fine dei suoi giorni.Ho sempre conosciuto mio padre, che si chiamava Mario, come un uomo attivo, impegnato nel suo lavoro, faceva il capo draga, fumava tantissi-mo, troppo, tanto che ha nutrito il suo tumore per anni, aggiunto a tutto lamianto che ha inalato, toccato e respirato nel corso del suo lavoro e chis-s cosaltro. Vederlo in quel letto dospedale, con il suo pigiama celeste era una tortura, di tanto in tanto fuggiva dalla stanza per raggiungere la vicina piazza dei miracoli ove si mischiava coi turisti, per fumarsi le sue sigarette in pace; era ricoverato a Pisa, faceva la cavia in pratica, ma cos riceveva una migliore assistenza, ormai si era affezionato ai suoi medici ed aveva fiducia in loro, sarebbe stato peggio convincerlo diversamente.era un uomo dei suoi tempi, nato e cresciuto sotto il fascismo, costretto a crescere in fretta dalla guerra e dalla miseria, chiuso e riservato, non espri-meva le sue emozioni ma era capace di amore, di bont e di quellaltruismo che lo caratterizzava, quasi come se volesse trasmettermi le sue carezze at-traverso gli altri, che mi parlavano di lui con dolcezza. ricordo che da bambino mi portava a bordo delle sue draghe, delle bet-toline, in darsena toscana ove aveva lattracco proprio sotto la torre del Marzocco, allinterno di una sorta di cantiere nel quale cerano due pastori

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    tedeschi bellissimi, con cui giocavo, in attesa che pap avesse controllato gli ormeggi e le apparecchiature di bordo. Salivo spesso sulla draga, amavo lodore di mare, di olio bruciato, di ferro reso rovente dal calore del sole, di ruggine, di resine marine, di pesce. Quando lo salutavo lasciandolo solo allospedale sentivo lo stomaco chiu-dersi, non tanto per la paura di non vederlo pi, ma perch sapevo bene a cosa andava incontro, la chemioterapia, la radioterapia e tutto il resto, con il tumore che gli stava mangiando le ossa, che sparivano letteralmente dalle lastre, sostituite da collari, da ferri, da impalcature che trasformavano mio padre in una sorta di cantiere umano. era andato da poco in pensione quando scopr la malattia, aveva un orto che coltivava con passione e con-tinu a farlo fino a quando non fu costretto in ospedale, era ritornato alle sue origini di contadino, dopo tanti anni in mare.ogni tanto mi sdraiavo sul letto, restavo immobile guardando il soffit-to bianco, isolandomi dal resto del mondo, rifiutavo lipotesi che potesse morire, cacciandola via con la coscienza di fuggire la realt, per la quale non ero ancora pronto come non lo erano mia madre e mio fratello; lui, mio padre, lo aveva capito e manifestava il suo solito spavaldo coraggio perch non aveva mai imparato ad avere paura nella sua vita, non che non la provasse, non la sapeva esprimere come non riusciva ad esprimere i suoi sentimenti, le sue emozioni; era il primo ad incoraggiare tutti noi quando doveva affrontare delle terapie dolorose che gli marchiavano il corpo, che mia madre curava con tutta la devozione e lamore che aveva donato a mio padre per tutta la vita, rinunciando a se stessa, senza farsi troppe domande, vivendo il suo destino di moglie e di madre per come la sua cultura laveva cresciuta e predisposta. Vedere pap sdraiato sul divano di casa quando non era ricoverato in ospe-dale era un sollievo, per quanto il colore del suo viso ed i segni nel suo corpo non lasciavano spazio a grandi fantasie di guarigione, ma ero felice

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    Il sorriso di un padre che muore

    di saperlo a casa, con la famiglia, con il suo cane, Bigol, che non lo abban-donava un attimo, che lo riscaldava con il suo corpo quando pap aveva le crisi di freddo, sdraiandosi su di lui.La notte che mor non feci in tempo a chiamare la mamma e mio fratello, pap alternava momenti di coscienza con momenti nei quali dondolava la testa da un lato allaltro dal dolore, il suo corpo era distrutto dal tumore, non riuscivo nemmeno a potergli accarezzare la testa perch sentivo le ossa muoversi, era tenuto insieme da una sorta di busto metallico che gli sorreg-geva il mento per evitare che morisse soffocato, non aveva pi le vertebre cervicali, si era fatto cos piccolo, cos magro, cos vecchio. riprese co-scienza e mi sorrise, gli detti da bere, togliendogli quellorribile macchina succhia bava, gli feci la barba e lo pulii ovunque, donandogli quella dignit alla quale teneva tanto.Mor poco dopo, in silenzio, sereno, forte, tanto forte da sconfiggere il do-lore rinunciando fino allultimo alle smorfie della sofferenza e regalandomi quello che nella sua vita rare volte era riuscito a fare, un sorriso, il sorriso di un uomo che muore di fronte a suo figlio.Questa immagine di mio padre ha cancellato in un attimo il nostro con-flitto, la nostra difficolt di relazionarci, le nostre difese, la nostra stupidit per non esserci mai lasciati abbracciare, la nostra reciproca coscienza di amarci, di essere vicini quando eravamo lontani, preoccupati uno dellaltro in un tacito mutuale abbraccio; con quel sorriso mi ha donato la gioia del suo ricordo che porto con me ormai da tanti anni, pronto a raccontare la sua storia ai miei figli per tramandarne il coraggio di fronte al dolore, di fronte alla morte che lha trovato vivo, anche nella coscienza che la sua vita era giunta al termine.restai per alcune ore di quella notte a vegliare il corpo di mio padre, gli legai il mento e le gambe con un drappo bianco, gli smontai quellorribile busto con tutti i suoi accessori, quindi chiamai mia madre e mio fratello

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    Singole Esperienze collettive

    che mi raggiunsero in ospedale, con i quali mi sentivo in colpa per non essere riuscito ad avvisarli in tempo, affinch avessero potuto godere di quello stesso sorriso.Qualche settimana dopo la sua morte, mentre ero gi tornato nella mia casa, vivevo ormai da solo allIsola delba, con il mare fuori dalla porta, ero nel letto che dormivo quando mi svegliai allimprovviso, mi misi a piange-re chiamando mio padre, tutta la notte, belando come un bambino, come quel bambino che si era ricordato il sorriso di suo padre che la memoria e gli anni avevano nascosto. Mi ricordai infatti il sorriso che mi regal mio padre quando imparai ad andare in bicicletta, a cavallo di una graziella blu con il contro pedale, sulla quale anche mio fratello aveva mosso le prime pedalate: per tutta la notte mi ricordai che mio padre minsegn tante cose, che mi regal tanti sorrisi, mi addormentai solo al mattino, per poi risve-gliarmi poco dopo, sorridente. Aprii la porta, feci due passi e mi fermai in riva al mare per sentirne il sapore, per ascoltare il vento, per guardare oltre la vita che per mio padre era ormai finita.Mi tuffai per farmi accogliere ancora una volta dallenergia del mare.

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    GLI orCHI A BAnGKoK

    Bangkok era una caotica citt fatta di caotici silenzi alternati a rumori in-fernali dei clacson, dei motori, dei cantieri. Mi rifugiavo spesso lungo il fiume prendendo una barca per trovare quella quiete di cui avevo bisogno. In quella citt ho imparato a riconoscere i predatori di bambini, nei suoi quartieri ove il sesso ed il turismo si confondevano in una unica offerta. Visi occidentali, tedeschi, danesi, italiani, australiani, americani, francesi, quin-di espressioni orientali dei giapponesi e dei coreani, tutti intenti alla scelta della bambina o del bambino di turno con cui fare sesso, nel modo pi gra-dito, senza regole, senza umanit, solo oggetti di piacere fatti dinfanzia. tutti anonimi cittadini, gente comune che avrei potuto incontrare in qual-siasi altro luogo, nessuna espressione a tradimento della loro pulsione, del-la loro cultura pedofilica, nulla che potesse anche marginalmente renderli diversi da me o dagli altri.raggiunsi il confine con la Cambogia per incontrare i miei committenti, per i quali condussi un lavoro, quindi mi presi qualche giorno di relax a Pukhet, mangiando frutta fresca in compagnia di una amica americana che avevo conosciuto da poco e che mi raggiunse, Allison, impegnata in una nascente associazione che anni dopo divenne il punto di riferimento della lotta allo sfruttamento dei minori nel turismo sessuale, la quale conduceva una ricerca proprio sulla prostituzione minorile e sulla richie-sta da parte degli occidentali di bambini molto piccoli, prepuberi, anche sotto i sei anni di et. Aiutarla nel suo lavoro mi ha consentito di confrontarmi con una realt che conoscevo ma che non riconoscevo nella sua crudelt, ove lo sfruttamento

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    Singole Esperienze collettive

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    sessuale era alla base di un traffico e di un commercio dellinfanzia di pi ampio respiro. riusc a parlare con un pedofilo italiano, un bresciano in pensione che si era trasferito in Thailandia da qualche mese, felicissimo della sua scelta, al suo fianco cerano tre bambine, molto piccole, dieci al massimo dodici anni, occhi furbi e sorriso esperto, gergo classico delle puttane, abbigliamento composto da capi da donne adulte indossati da bambine, i capelli bellissimi, neri e lisci, curati, le mani stanche e gli occhi di un solo colore, questo ricordo di quelle tre bambine.Luomo si sentiva paradossalmente un benefattore perch le aveva compra-te da un bordello, le nutriva e le curava in ogni loro esigenza, ripagato dalle attenzioni che le bambine avevano imparato a vendere per mantenersi quel tutore gradito e ormai amato, con il quale la confidenza era cos palese negli ammicchi sessualizzati che non lasciavano spazio a dubbi di alcun genere.non provai particolari sensazioni di disagio, mi limitai ad osservare ed imparare, guardando ed ascoltando luomo nei suoi racconti di caccia, nei suoi dubbi durante la scelta delle bambine, preoccupato che fossero state violate anche nellorifizio anale, che egli desiderava integro, le aveva fatte visitare per scongiurare il pericolo di malattie veneree, come fanno i fattori alla scelta dei maiali nelle fiere agricole.Allison lo osservava dallalto verso il basso, era una ragazza molto bella, proveniente dallo stato dello utah, era una mormona, i capelli lunghi, castano chiari e gli occhi di un blu profondo, intenso, preparata nella sua materia, laureata in psicologia; dopo aver lavorato negli uSA per qualche tempo, decise di darsi alla cura dei bambini nei paesi del terzo mondo sce-gliendo quellassociazione che gli aveva proposto alcuni incarichi. Le traducevo quelle parole che anche io facevo fatica a comprendere a causa del forte accento bresciano e del dialetto che mischiava allitaliano, Fabrizio, questo era il suo nome, sembrava divertito dal mio interesse, che comprese come una sorta di interesse diretto verso le bambine, verso

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    Gli orchi a Bangkok

    quel mondo senza regole ove potevi acquistare una bambina di sei anni per meno di mille dollari americani.Mi raccont, vantandosene, delle sue esperienze con numerose minori tai-landesi, delle fotografie che aveva scattato e che collezionava, degli incontri con gli altri pedofili allinterno di una sorta di club nato spontaneamente nei bar gestiti dai tedeschi che circondavano il quartiere del sesso di Bangkok. diffidava dei giapponesi che egli considerava dei sadici perch era risaputo che i gestori dei bordelli preferivano vendergli direttamente le bambine ed i bambini ad un prezzo elevato, coscienti che er