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  • Daniela Franceschi, Iran e Arabia Saudita: rivalità geopolitica, non religiosa, giugno 2018.

    (Articolo in corso di pubblicazione su Storia in Network e Storico.org)

    Dopo sette anni, la guerra civile siriana ha raggiunto un livello di complessità geopolitica

    estremamente elevato a causa del coinvolgimento di attori importanti del Medio Oriente, come Iran

    e Arabia Saudita, la cui rivalità sta permeando anche altri conflitti dell’area, in particolare nello

    Yemen, in Iraq e in Libano.

    La rivalità esistente tra Iran e Arabia Saudita è molto complessa da spiegare. Il conflitto viene

    generalmente descritto come prodotto del diverso background confessionale; il presente contributo si

    basa invece sull’assunto che il nucleo di questa rivalità risieda nella competizione per l’influenza, il

    potere e la sicurezza in tutta la regione.

    Più precisamente, l’Arabia Saudita è una potenza che si basa sullo status quo regionale, ha

    forti legami con le Nazioni occidentali, mentre l’Iran ha cercato spesso un cambiamento

    rivoluzionario in tutta l’aria del Golfo e del Medio Oriente, vedendo negli Stati Uniti il suo più

    acerrimo nemico. Pertanto, l’Arabia Saudita considera l’Iran una minaccia, intento a rovesciare

    l’ordine politico del Medio Oriente, ordine politico adatto a garantire gli interessi sauditi. Nel

    contempo, gli iraniani ritengono che i sauditi stiano attivamente cercando di mantenere l’Iran

    vulnerabile, circondandolo di regimi ostili e di basi militari americane. Così, intrappolati nel dilemma

    della sicurezza, l’Iran e l’Arabia Saudita vedono la competizione per la leadership regionale nei

    termini di un gioco a somma zero: più potente è l’Iran, più l’Arabia Saudita si sente vulnerabile, e

    viceversa.

    A peggiorare il contesto, l’emergere della primavera araba nel 2011 ha creato una nuova

    ondata di tensioni e di diffidenza reciproca, in cui entrambi gli Stati hanno cercato di salvaguardare i

    propri interessi nazionali facendosi coinvolgere nella politica interna degli altri Paesi della regione,

    impiegando notevoli risorse per condure “guerre per procura”. Entrambi, quindi, hanno alimentato la

  • guerra civile in Siria, che rischia di trasformare la carta geografica del Medio Oriente, stimolato la

    violenza nel frammentato Iraq e aumentato le fratture settarie nei fragili Libano e Yemen. Di

    conseguenza, il Medio Oriente sta subendo un’epoca di cambiamenti rivoluzionari in cui la tensione

    non è mai stata così elevata come è attualmente.

    Molte ricerche si sono focalizzate sulle differenze ideologiche tra il reazionario wahabismo e

    lo sciismo rivoluzionario, datando l’inizio della contrapposizione alla morte del profeta Maometto.

    Nadav afferma che entrambi i Paesi sostengono di essere lo Stato modello, leader del mondo

    musulmano. Da parte sua, l’Iran adotta un modello statuale teocratico guidato da una ideologia

    islamista che ha sviluppato un quadro democratico. Il sistema politico iraniano si basa sull’ideologia

    del dodicesimo iman che, scomparso nell’874, un giorno tornerà come il Mahdi; fino al suo ritorno,

    la popolazione deve sottostare ai religiosi sciiti, che hanno la funzione di colmare lo iato esistente tra

    autorità civile e religiosa.

    Analogamente all’Iran, l’Arabia Saudita vede il proprio sistema politico come quello ideale.

    Tuttavia, ne consegue una monarchia ereditaria che conferisce un potere illimitato al regnante, che

    deve essere un discendente del primo monarca saudita, Abdul Aziz Ibn Saud. La dinastia saudita non

    ha familiarità con la democrazia e basa il suo potere sul wahabismo, un ramo conservatore dell’Islam

    sunnita che risale al Diciottesimo secolo, quando Mohammad Ibn Abd al Wahab fondò il movimento

    wahabita.

    Nader ritiene che la divergenza principale tra Arabia Saudita e Iran non risieda solamente

    nelle diverse strutture politiche, ma anche nella percezione di possedere il diritto di condurre il mondo

    musulmano e nell’ideologia totalitaria e suprematista che vogliono esportare. Venetis sviluppa questo

    tema e spiega che l’Iran crede nella leadership del “velayat el Fakih”; Letteralmente velayat-

    e faqih significa “governo tutelare del giureconsulto”: è il principio fondante della dottrina

    khomeinista, secondo cui a guidare la comunità spirituale e politica deve essere un alto esponente

    religioso esperto della legge islamica, il vali-ye faqih, fino alla comparsa del dodicesimo imam.

    Seguendo questo principio, l’Iran vede il suo futuro attraverso il prisma della sua gloriosa storia

  • nazionale, totalmente diversa da quella dei Paesi creati dalla Gran Bretagna nel Golfo. Il clero

    iraniano crede che gli Stati- Nazione dovrebbero essere sostituiti da emirati islamici poi riuniti sotto

    un sultanato che segue la loro legge islamica. Bazzi spiega ulteriormente come questa ideologia si

    opponga direttamente alla rivendicazione di leadership regionale saudita, che ha all’interno del suo

    territorio due città sante, Mecca e Medina. La dinastia saudita acquisisce una legittimità politica

    aderendo al principio di epoca medievale secondo il quale i musulmani devono obbedire ai loro

    governanti senza alcuna contestazione fin tanto che questi applichino correttamente le leggi

    islamiche.

    Nahas sottolinea che, mentre la dinastia saudita si vede come l’unica leadership legittima del

    mondo musulmano, l’Iran ha continuato a sfidarne la legittimità per decenni, in particolare, dopo la

    rivoluzione islamica del 1979. Infatti, il nucleo ideologico della rivoluzione iraniana è la resistenza

    islamica. L’Iran crede nella conduzione di uno scontro vitale contro l’imperialismo e l’estremismo

    religioso. La Repubblica Islamica ha lavorato per forgiare un’immagine di resistenza e indipendenza

    che supera le divisioni etniche e promuove un approccio popolare antisionista, antiamericano e anti

    estremista nella regione. Inoltre, l’ideologia politica iraniana non si rivolge solamente ai musulmani

    sciiti, ma a tutti i musulmani. Infatti, l’ideologia politica fondata da Khomeini aveva come fine la

    promozione di un’unità pan-islamica; il modello khomeinista di governo religioso e la denuncia del

    patrimonio coloniale occidentale erano un messaggio universale. Pertanto, le élite clericali iraniane

    credono che il loro mandato di Governo non sia limitato dai confini geografici e che il loro potere e

    la loro influenza debbano essere estesi ai Paesi della regione. Allo stesso modo, Ali Shariati riteneva

    che i Paesi del Terzo Mondo avessero bisogno, in primo luogo, di una rivoluzione popolare per

    mettere fine alla dominazione coloniale e rivitalizzare la loro cultura e identità; secondariamente, di

    una rivoluzione che eliminasse lo sfruttamento, la povertà e il capitalismo. Moaddel afferma che

    Shariati si riferisse alla “Nezam-e Tawhid”, società unita, nella convinzione che il messaggio del

    profeta non concernesse solamente l’istituzione di una religione monoteistica, ma anche

    l’unificazione della popolazione attraverso la virtù pubblica e la buona volontà comune.

  • A tal fine, l’Iran è sempre stato pronto a sostenere i movimenti islamici e i gruppi di insorti

    che si allineavano con i suoi obiettivi. All’inizio della primavera araba, l’Iran ha ospitato la prima

    conferenza internazionale sul “risveglio islamico” a Teheran, che ha visto la partecipazione di più di

    700 delegati provenienti da 84 Paesi. Durante la conferenza, l’ayatollah Ali Hosseini Khamenei ha

    insistito sulla necessità per il Governo islamico di rovesciare i dittatori e le monarchie arabe, tra cui

    quelle di Giordania, Bahrain e Arabia Saudita. Secondo Crooke ciò ha condotto l’Iran direttamente

    al conflitto con l’Arabia Saudita, che non ha mai temuto i carri armati iraniani ai suoi confini quanto

    i concetti rivoluzionari incorporati nel pensiero politico iraniano e la loro possibile diffusione in tutta

    la regione. Cronin riassume tale contrapposizione nei termini di “clericalismo contro monarchia”,

    “populismo contro elitarismo”, “regionalismo contro peninsularismo”, “sciismo contro sunnismo” e

    “anti-occidentalismo contro pro-occidentalismo”.

    La rivalità tra Arabia Saudita e Iran ha rivitalizzato un antagonismo settario per la vera

    interpretazione della leadership nel mondo islamico.

    Dal punto di vista storico, il consolidamento della dinastia al-Saud nel 1928 fu l’inizio delle

    relazioni saudite-iraniane. Tuttavia, un incremento delle relazioni diplomatiche ha avuto luogo

    soltanto dalla metà degli anni Sessanta, quando re Faysal in Iraq fu rovesciato nel 1958 dai

    nazionalisti. Temendo ulteriori rivolte populiste contro le dinastie monarchiche della regione, lo shah

    Muhammad Reza Pahlavi e il re saudita avviarono delle consultazioni reciproche per coordinare le

    loro politiche regionali. Le relazioni tra le due monarchie furono rinforzate su questa base.

    Prima della rivoluzione iraniana, i principali interessi comuni che univano l’Arabia Saudita e

    l’Iran riguardavano la sfida all’onda socialista e nazi