nuovi musei. nuovi involucri - ... 2012/11/27  · confrontando le immagini pubblicate a...

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  • ”Museums. Merely buildings for culture?”, Napoli, 13 -15.10. 2005

    NUOVI MUSEI. NUOVI INVOLUCRI.

    NEW MUSEUMS. NEW ENVELOPES.

    Gianraffaele Loddo, Daniela Ludoni Dipartimento di Architettura, Università di Cagliari

    Piazza d'Armi 16, 09123 Cagliari e-mail: grloddo@unica.it

    Sommario - Negli ultimi decenni si è verificata un'autentica rivoluzione nella tipologia, percezione e fruizione delle opere d'arte: gli oggetti da mostrare, l'argomento da celebrare o semplicemente le esigenze degli artisti non richiedono più unicamente grandi spazi introversi; gli eventi possono svolgersi anche al di fuori delle grandi città e le realtà minori rivendicano un ruolo significativo in seno al panorama culturale mondiale. La valorizzazione delle radici storiche, sociali ed economiche ha accresciuto in modo esponenziale la richiesta di luoghi, dalle dimensioni e caratteristiche più varie, ove dare appropriato ricovero a tutti i segni dell'attività umana e quindi non solo a quelle canonicamente classificate come artistiche. Il diversificarsi dell'offerta e della domanda espositiva non implica più, necessariamente, la monumentalità o il ricorso a soluzioni e materiali ricercati. Non più (o meglio non solo) murature cieche e pesanti, rivestimenti lapidei di pregio o in metalli rari ma anche pareti leggere ed eteree e materiali prima considerati poveri (legno, terra cruda, lamiere, stuoie, cartone, bambù). I nuovi contenuti, e più di recente le tematiche connesse al rispetto per l'ambiente, hanno portato al progetto di contenitori, talvolta a scala ridotta, che trovano nei riferimenti locali, e nel rispetto delle esigenze legate alla sostenibilità e al risparmio energetico, la conferma al proprio linguaggio ed alle soluzioni tecniche e costruttive adottate. In questo quadro generale la progettazione degli involucri è sicuramente tra gli aspetti più interessanti ed innovativi emersi nel corso degli ultimi anni con risultati che appaiono in molti casi tutt'altro che banali. I progetti di Hilton Judin e Nina Cohen per il Museo Mandela a Mvezo (Sud Africa), il Weald and Downland Museum nel West Sussex di Edward H. Cullinan e il recentissimo Nomadic Museum di Shigeru Ban a New York sono, da questo punto di vista, particolarmente significativi. La ricerca, attraverso l'analisi di queste opere, evidenzia come, in ambiti molto distanti tra loro sia fisicamente che culturalmente sia possibile riconoscere allo stesso tempo comunanza di intenti e varietà nella scelta dei materiali e nelle soluzioni progettuali. Questi progetti, di grande contenuto insieme tecnologico e formale, permettono di attribuire a tali scelte di campo un giusto rango qualitativo ed etico che ben rappresentano un nuovo modo di intendere e fare cultura ed architettura. Abstract - Over the last decades a real revolution happened in the type, perception and use of art work: objects to be shown, subjects to be celebrated or more simply the demands of artists don't need large and introvert spaces; the events can happen outside the big cities and the small cities have an important role in the structure of the cultural world. The improvement of the historical, financial and cultural origins increased very much the demand of various and more or less large spaces, where to give the right shelter to all signs of human activity and therefore not only to those canonically classified as artistical. The various expositive offer and demand, doesn't necessarily involve monumental buildings made by rich materials. No more (or better not only) blind and heavy walls, stones and precious metals covering, but also the use of light and ethereal walls that were considered poor materials (like wood, adobe, sheet metal, mats, paper and bamboo). New contents, and most recently, subjects linked to the respect for the environment, caused the concept of volumes, sometimes on a small scale, that find, the confirmation of their own language and the technical constructive solutions in local references, and in the observance of energy saving. In this general description, the envelope project my be one of the most interesting and innovating aspects that come out during the last years, with results that appear in many cases every thing but mere solutions. From this point of view Hilton Judin and Nina Cohen's designs for Mandela Museum in Mvezo (South Africa), the Weald and Downland Museum by Edward H. Cullinan in West Sussex, and the most recent Shigeru Ban's Nomadic Museum in New York are all very significant examples. This research, through the study of these works, shows how it is possible to recognise, in places very far among themselves both physically and culturally, at the same time common objectives and variety of materials and design solutions. These very important both technical and formal plans, allow to assign to these sphere selections a right qualitative and ethical degree, that it well symbolises a new way to see and to do the culture and the architecture.

  • Gianraffaele Loddo, Daniela Ludoni

    "Vedere queste opere- che in molti casi metteranno in dubbio concetti acquisiti come la fiaba di Ezechiele e dei tre porcellini…-

    può servire da stimolo a recuperare buon senso sia costruttivo che energetico…"

    (Marco Imperadori) PAROLE CHIAVE: Materiali deboli, materiali tradizionali, tecnologia, sostenibilità. INTRODUZIONE Quando Bernard Rudofsky nel 1964 curò l'allestimento ed il catalogo della celebre esposizione Architecture Without Architect organizzata dal Museo d'Arte Moderna di New York probabilmente non poteva prevedere il tortuoso percorso che il linguaggio architettonico avrebbe compiuto nel corso dei decenni successivi giungendo a concretizzare una radicale evoluzione concettuale e figurativa dei suoi contenuti semantici. La mostra metteva in risalto l'importanza ed il valore di forme che univano la spontaneità degli episodi all'appropriato utilizzo di tecniche tradizionali associate a materiali da costruzione e di finitura sempre reperibili in loco: ad essi corrispondeva una nulla o modesta spesa energetica per la loro produzione e dunque, con un termine allora sconosciuto, sostenibile. In apparente opposizione all'interesse dimostrato dalla cultura ufficiale si svilupparono, nello stesso periodo, le tesi degli Archigram: attribuendo alla tecnologia, e quindi all'architettura, la capacità di dare efficaci risposte alle istanze, da quelle sociali a quelle culturali, che in quegli anni di boom economico e speranze agitavano la società occidentale, esse paiono oggi particolarmente ottimistiche. La crisi energetica degli anni '70 ha infranto molti di quei sogni davanti alla realtà di costi, non solo economici, spesso non sempre proporzionati alle aspettative ed agli obbiettivi. Derivata da queste teorie - utopie l'High – Tech si è poi fattivamente spinta così avanti da risultare stimolante ricerca formale, talvolta quasi esasperata, ma dai contenuti spesso modesti. Nel contempo la sequenza progetto – costruzione ha visto irrompere nel processo edilizio industrie specializzate nella produzione di materiali e sistemi: ad un linguaggio così composito è impensabile poter associare l'intervento da parte dei non architetti nell'atto ideativo. Negli ultimi decenni in opposizione a questo approccio ipertecnologico si è andata affermando, non solo nelle aree considerate deboli, una corrente sbrigativamente classificata Low – Tech che ha reintrodotto nella filosofia della progettazione concetti che sembravano perduti o comunque notevolmente affievoliti: tra questi la semplicità costruttiva ed un atteggiamento definibile ad hocistico di grande rispetto dei luoghi. Tale variante del linguaggio contemporaneo è però rimasta relegata ad interventi di nicchia e comunque, nella gran parte dei casi, relativa ad episodi su piccola scala. Tra i due estremi alcuni autori hanno individuato recentemente una terza via, da essi definita Clever – Tech, che pone in risalto la particolare abilità di alcuni professionisti nell'elaborare progetti in cui cultura, materiali, tecnologia, budget ed ecologia trovano un felice e creativo momento di convergenza. Ciascuno dei tre filoni linguistici possiede condivisibili elementi di fondo e approcci che meritano di essere tenuti in considerazione. Ci piace poter definire la sintesi di questi diversi approcci, con un termine finalmente italiano, come Architettura Lieve dando all'aggettivo la valenza più alta e positiva avendo ben presente, e rivendicando, come in tale definizione non ci sia poca Architettura (o poco d'architetto e poco d'ingegnere) ma, al contrario, in essa ritroviamo molto d'architetto e molto d'ingegnere. È facile riscontrare in questi progetti un alto investimento di pensiero creativo che coniuga le tradizioni locali (o comunque le risorse del luogo) a budget contenuti, scelta dei materiali e sistemi costruttivi appropriati. Non è quindi incidentale se in tutto il mondo anche grandi ed affermati studi di progettazione, primo fra tutti gli Arup, siano sempre più spesso coinvolti in questo tipo di esperienze alla ricerca di nuove e diversificate frontiere espressive. Confrontando le immagini pubblicate a suo tempo da Bernard Rudofsky, e relative alle architetture spontanee, con quelle riguardanti episodi recenti si riscontrano solo apparenti similitudini: in realtà mentre negli anni '60 il protagonista sembrava poter diventare l'utente – consumatore oggi il ruolo del

  • Gianraffaele Loddo, Daniela Ludoni

    progettista è tornato ad essere centrale e imprenscindibile. Al binomio semplice = povero si è sostituito, in apparente contraddizione lessicale, quello sofisticato = semplice. Anche le architetture legate alla cultura, e in particolare alla museologia, son

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