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ANNE FORTIER

LA CHIAVEDEL TEMPO

Traduzione di Nicoletta Grill

La chiave del tempo_LTC x pdf.qxp 10-03-2010 11:47 Pagina III

JulietCopyright 2010 by Anne Fortier

2010 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.

ISBN 978-88-200-4852-586-I-10

Per le citazioni da Romeo e Giulietta di William Shakespeare di pagina VII e delliniziodei capitoli, stata usata la traduzione di Salvatore Quasimodo (Oscar Mondadori, Mila-no 2001).

Questa unopera di fantasia. Ogni rassomiglianza con persone o fatti reali puramentecasuale.

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Che c nel nome? Quella che chiamiamo rosa,anche con altro nome avrebbe il suo profumo.

LA vista dallantica fortezza medicea era spettacolare. Non solopotevo distinguere i tetti di coppi di Siena che cuocevano nel so-le pomeridiano, ma almeno trenta chilometri di colline si affa-stellavano attorno a me in un oceano di sfumature che andavanodal verde al blu pi intenso. Di continuo, alzavo gli occhi dallepagine per fare mio il vasto paesaggio davanti a me nella speran-za di liberarmi di tutta laria insalubre che avevo nei polmoni einebriarmi con gli effluvi dellestate. E poi, ogni volta che ab-bassavo lo sguardo e riprendevo a leggere il diario di mastro Lo-renzetti, venivo risucchiata nei drammatici avvenimenti del1340.

Avevo trascorso la mattinata nel bar di Malna in piazza Po-stierla a sfogliare le pagine delle versioni primeve di Romeo eGiulietta, scritte da Masuccio Salernitano e Luigi da Porto, pub-blicate postume rispettivamente nel 1476 e nel 1530. Era inte-ressante vedere come la vicenda si fosse sviluppata e come daPorto avesse conferito un tocco letterario alla storia, che Salerni-tano affermava basarsi su fatti veri.

Nella versione di Salernitano, Romeo e Giulietta ovveroMariotto e Giannozza vivevano s a Siena ma i loro genitorinon erano in conflitto. Si erano sposati in segreto, dopo avercorrotto un frate, ma il vero dramma era cominciato solo quan-do Mariotto aveva ucciso un cittadino di spicco e aveva dovuto

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andare in esilio. Nel frattempo i genitori di Giannozza ignariche la figlia era gi maritata le avevano imposto di sposarequalcun altro. Per la disperazione, la giovane aveva chiesto alfrate di prepararle un potente sonnifero il cui effetto fu tale chequegli imbecilli dei suoi genitori la presero per morta e si af-frettarono a darle sepoltura. Per fortuna il buon vecchio frateera riuscito a estrarla dal sepolcro, dopo di che Giannozza siera messa in viaggio, in segreto, per Alessandria, dove Mariot-to si stava dando alla bella vita. Tuttavia, il messaggero cheavrebbe dovuto informare Mariotto del piano del sonnifero erastato catturato dai pirati, ragion per cui, nel ricevere le novelledel decesso di Giannozza, Mariotto era tornato a spron battutoa Siena per morire al suo fianco. Arrivato in citt, era stato cat-turato dai soldati e decapitato. Zac. E Giannozza aveva trascor-so il resto dei suoi anni in convento a consumare pile di fazzo-letti.

Da quel che potevo capire, gli elementi chiave di questa ver-sione originale erano: il matrimonio segreto, il bando di Romeo,la furbata del sonnifero, la sparizione del messaggero e la deter-minazione suicida di Romeo provocata dallerroneo convinci-mento della morte di Giulietta.

Lelemento spiazzante, naturalmente, era che il tutto sembra-va avere avuto luogo a Siena. Se Malna fosse stata presente leavrei chiesto se ci fosse di dominio pubblico. Ne dubitavo alta-mente.

La cosa interessante era che quando da Porto aveva ripreso lastoria, mezzo secolo pi tardi, anche lui aveva voluto agganciarela storia a fatti accaduti, come chiamare Romeo e Giulietta con iloro veri nomi di battesimo. Ma pur cos, si era fatto intimidiredallambientazione e aveva trasportato lintera vicenda a Vero-na, cambiando tutti i cognomi. Assai probabilmente per evitarerichieste di danni da parte del potente clan coinvolto nello scan-dalo.

Ma lasciamo perdere la logistica: secondo la mia interpreta-zione supportata da svariate tazze di cappuccino da Porto

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aveva scritto una storia molto pi intrigante. Era stato lui a intro-durre la scena del ballo e quella del balcone, e anche il genio cheaveva macchinato il doppio suicidio. Lunica cosa che non mi gi-rava giusta era che aveva fatto morire Giulietta facendole tratte-nere il respiro. Ma forse da Porto sentiva che il suo pubblico nonavrebbe apprezzato spargimenti di sangue scrupoli cheShakespeare, per fortuna, non aveva.

Dopo da Porto, qualcuno chiamato Bandello si era sentito indovere di scrivere una terza versione aggiungendo una quantitdi dialogo melodrammatico senza, a mio avviso, alterare il suc-co della storia. Da quel momento in poi gli italiani ne ebbero ab-bastanza e la storia prima si spost in Francia, poi in Inghilterraper andare finalmente a finire sullo scrittoio di Shakespeare,pronta per essere immortalata.

Da quello che potevo vedere, la differenza pi notevole fratutte queste versioni poetiche e il diario di mastro Lorenzetti erache nella realt erano state coinvolte tre famiglie, non due. I To-lomei e i Salimbeni erano state le due casate in conflitto in al-tre parole i Capuleti e i Montecchi mentre Romeo era un Ma-rescotti, cio un foresto. Sotto questo rispetto, lantica trasposi-zione di Salernitano era quella che pi si avvicinava alla realt:ambientata a Siena e senza menzione alcuna di una faida tra fa-miglie.

Pi tardi, mentre lasciavo la Fortezza con il diario di mastroLorenzetti stretto al petto, mi misi a osservare tutte le personefelici attorno a me e, di nuovo, sentii come la presenza di un mu-ro invisibile tra me e loro. Eccole che camminavano, facevanojogging, mangiavano il gelato, incuranti del passato e nonsconfortate, come me, allidea di non fare del tutto parte di que-sto mondo.

Quella stessa mattina, davanti allo specchio del bagno, avevoprovato la catena con il crocefisso dargento proveniente dal co-fanetto di mia madre e avevo deciso che avrei iniziato a portarla.Dopotutto, si trattava di qualcosa che le era appartenuto e il fat-to che fosse stata lasciata nel cofanetto chiaramente significava

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che era destinata a me. Forse, pensai, mi avrebbe in qualche mo-do protetta dalla maledizione che aveva condannato mia madre auna morte prematura.

Stavo diventando pazza? Forse. Ma in fondo ci sono molti ti-pi di demenza. Zia Rose aveva sempre dato per scontato che ilmondo intero fosse in uno stato di continua e mutabile follia, eche la nevrosi non fosse una malattia, ma un fatto della vita, co-me i foruncoli. Alcuni ne hanno tanti, alcuni ne hanno pochi, masolo la gente veramente anormale non ne ha neanche uno. Que-sta filosofia spiccia mi aveva dato spesso conforto nel passato, eme lo dava anche adesso.

Quando feci ritorno in hotel, il direttore mi si par incontrocome un messaggero di Maratona, ansioso di aggiornarmi. Si-gnorina Tolomei! Dov stata? Deve andare! Immediatamente!La contessa Salimbeni la sta aspettando al Palazzo Pubblico!Vada, vada Mi fece sci sci con le mani come qualcuno chevoglia cacciare un cane alle prese con gli avanzi. Non pu farlaaspettare!

Un momento! Indicai due oggetti bene in vista nel mezzodella reception. Quelle sono le mie valigie!

Sississ, le hanno appena consegnate.Daccordo, vorrei salire in camera mia eNo! Rossini spalanc la porta e mi fece cenno di varcarla.

Deve andare subito!Ma non so neppure dove!Santa Caterina! Sebbene sapessi che fosse intimamente

deliziato di avere unaltra opportunit di erudirmi su Siena, il di-rettore alz gli occhi al cielo e lasci andare la porta. Venga, lefaccio uno schizzo!

Entrare nel Campo fu come entrare in una conchiglia gigan-te. Tutto attorno ai lati cerano ristoranti e caff e l dove avreb-be dovuto essere posizionata la perla, al fondo della piazza in di-

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scesa, si ergeva il Palazzo Pubblico, ledificio che fungeva damunicipio fin dal Medioevo.

Mi fermai un attimo ad assaporare il mormorio delle vocisotto la cupola blu del cielo, i piccioni che svolazzavano intorno,e la fontana di marmo bianco con la sua acqua turchese, fino aquando sopraggiunse unondata di turisti che mi trascin via cons ad ammirare stralunata la magnificenza di quella piazza gi-gantesca.

Mentre mi tracciava le indicazioni, Rossini mi aveva garanti-to che il Campo era considerato la piazza pi bella dItalia, e nonsolo da parte dei senesi. Anzi, neppure riusciva a ricordare le in-numerevoli occasioni in cui clienti dellhotel provenienti daiquattro angoli del mondo persino da Firenze lo avevano av-vicinato per magnificare le meraviglie del Campo. Lui natural-mente aveva protestato nominando lo splendore di altre localit ce ne dovevano essere di certo anche altrove ma le persone sierano rifiutate di ascoltare. Avevano ostinatamente insistito cheSiena era la citt pi incantevole e meglio preservata del globo,e di fronte a tanta convinzione cosaltro poteva fare il direttorese non confermare che forse era proprio cos?

Mi infilai in borsa le istruzioni e mi diressi verso il PalazzoPubblico. Ledificio non passava inosservato con la sua snellatorre campanaria, la Torre del Mangia, la cui costruzione il diret-tore mi aveva illustrato con tale dovizia di particolari che mi cierano voluti diversi minuti per rendermi conto che, di fatto, le-dificio non era stato eretto in sua presenza ma in unepoca remo-ta del Medioevo. Un giglio, laveva definita, un fiero monumen-to alla purezza mu